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23 novembre 2018

LIMES


20181123-MAPPA

Carta di Laura Canali.

Il riassunto geopolitico degli ultimi 7 giorni.

a cura di 

LA CINA NELL’INDO-PACIFICO
La settimana nell’Indo-Pacifico si è aperta sulla scia dello scontro tra Usa e Cina in sede Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), che per la prima volta ha concluso il vertice annuale senza addivenire a un accordo tra i 21 membri del consesso.
Il meeting è stato segnato dallo iato tra la narrazione di Pechino, ertasi ad alfiere della globalizzazione, e quella di Washington, che ha criticato aspramente le nuove vie della seta cinesi. L’incancrenimento dei rapporti fra l’attore egemone e il suo principale sfidante si riverbera sullo scacchiere Indo-Pacifico spingendo Usa, Cina e gli altri protagonisti (dall’India alle nazioni del Sudest asiatico e dell’Oceano Indiano) a muovere sulla scena geopolitica regionale.
La Repubblica Popolare cerca di rinsaldare i rapporti con le Filippine, dove si è recato in visita un presidente cinese per la prima volta in 13 anni. L’incontro fra il leader cinese Xi Jinping e quello filippino Rodrigo Duterte non cancella però l’equilibrismo di Manila. Il Celeste Impero è al contempo principale partner commerciale delle Filippine e rivale nelle rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale, mentre Washington suo imprescindibile alleato militare – al di là dello scenografico bilaterale e della retorica filo-cinese sfoggiata durante il vertice Apec. Viste l’assertività navale della Cina e le dispute marittime che gravano sui rapporti sino-filippini, nonché la presenza jihadista nel Sud del paese.
Proprio l’assertività cinese in quello che considera mare suum è al centro dell’opposizione del Vietnam, che ha chiesto a Pechino di sospendere l’edificazione di nuove installazioni a uso civile e militare in un isolotto dell’arcipelago delle Spratly, controllato da Pechino e sul quale vantano pretese Vietnam, Malaysia, Filippine, Taiwan. Da qui il rafforzamento della collaborazione securitaria con paesi impegnati nel contenimento della Repubblica Popolare e nel mantenimento del bilanciamento di potenza nell’Indo-Pacifico quali Usa e India. Ma come gli altri paesi dell’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean) e financo Delhi, Hanoi deve bilanciare la reazione alle manovre cinesi con i sostanziali rapporti economici con la Repubblica Popolare, suo primo socio commerciale.
L’India, dal canto suo, si sta spendendo per controbilanciare la presenza politica, economica e militare della Cina a cavallo tra oceani Pacifico e Indiano, percependosi oggetto di un accerchiamento nel suo tradizionale retroterra strategico. Ecco spiegata la presenza del premier indiano Narendra Modi alla cerimonia d’insediamento del neopresidente delle Maldive Ibrahim Mohamed Solih, intenzionato a rivedere gli accordi economici siglati con Pechino.


CON GLI USA, CONTRO IL VENEZUELA
La settimana in America Latina ha visto intensificarsi la pressione sul Venezuela e il dialogo tra gli Stati Uniti e il Brasile del presidente eletto Jair Bolsonaro, che riceverà il consigliere alla Sicurezza nazionale Usa John Bolton la prossima settimana a Rio de Janeiro.
Il vertice servirà a rinsaldare la collaborazione per “espandere democrazia e prosperità nell’emisfero occidentale”, come ha dichiarato Bolton, facendo leva sull’approccio agli affari regionali promesso in campagna elettorale dall’ex capitano dell’esercito brasiliano, conservatore e ammiratore di Donald Trump.
Al centro delle discussioni sarà l’abbozzo di una strategia comune contro il Venezuela e l’alleata Cuba, entrambe al centro degli strali di Bolsonaro. Caracas, in particolare, deve fronteggiare il crescente isolamento da parte di vicini, consessi regionali e capitali occidentali – da ultimo, il presidente della Colombia (primo partner di Washington in Sudamerica) Iván Duque ha affermato che da gennaio interromperà le relazioni diplomatiche con Caracas. Mentre le disastrate finanze di Caracas sono per ora tenute a galla dall’interessata disponibilità di Cina e Russia, che garantiscono (assieme a Cuba, Bolivia, Nicaragua, Iran, Turchia) a Maduro anche un esiguo margine di manovra diplomatico. Non a caso, nel corso del bilaterale Usa-Brasile si affronterà anche il tema della penetrazione in America Latina della Repubblica Popolare, che l’amministrazione Trump intende arginare. Un approccio simile a quello vagheggiato da Bolsonaro nella corsa alla presidenza, che però sconta limiti derivanti dai rapporti commerciali e finanziari che il gigante verdeoro intrattiene con Pechino. 

Intanto i media Usa hanno riferito che Washington sta per inscrivere Caracas nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Una mossa in linea con la strategia trumpiana della “massima pressione”, tradottasi negli ultimi mesi nel sanzionamento di figure chiave della cerchia del capo di Stato venezuelano e dell’interscambio commerciale di Caracas afferente l’oro e “qualsiasi altro settore dell’economia”. La nuova stretta potrebbe essere propredeutica all’imposizione di ulteriori restrizioni alle transazioni finanziarie e commerciali venezuelane. Un approccio che Maduro qualifica come “guerra economica” orchestrata dall’imperialismo nordamericano in combutta con le destre e le oligarchie locali, mentre si acuisce la crisi socio-economica e migratoria del Venezuela.


LA SETTIMANA DELL’EURO(PA) [di Federico Petroni]

È una settimana intesa a Bruxelles. Il presente è d’obbligo visto il protrarsi delle trattative fra Londra e l’Ue sull’accordo di uscita del Regno Unito, anche a causa dell’intervento a gamba tesa della Spagna, che sta provando a cogliere la palla al balzo per strappare concessioni su Gibilterra. In ogni caso, l’appuntamento decisivo per il Brexit sarà il voto del parlamento britannico, cui il governo di Theresa May spera di sopravvivere avendo strappato all’Europa una dichiarazione molto flessibile sui futuri rapporti bilaterali e chiarendo che non si può strappare un divorzio migliore di così.

Sul fronte dell’euro, l’Ue sta cercando come può (come glielo lasciano fare i suoi membri) di dotarsi di strumenti per sopravvivere alla prossima recessione, se non a una vera e propria crisi. In quest’ottica vanno letti il via libera a un bilancio per l’Eurozona (seppur azzoppato rispetto all’iniziale proposta francese), la trasformazione in corso del fondo emergenziale “salva-Stati” in un vero e proprio fondo monetario continentale, il rilancio tedesco delle trattative sull’unione bancaria. E, non da ultimo, la seconda bocciatura del bilancio dell’Italia da parte della Commissione Europea. La simultaneità fra questi sviluppi indica che i paesi leader dell’Ue tengono il punto con Roma perché stanno materialmente scrivendo le regole su chi potrà e chi non potrà attingere alle risorse comuni in caso di difficoltà.

Sul versante della Difesa, le novità sono interessanti e lodevoli (specie la scuola per l’intelligence), ma sono anche talmente particolari e spezzettate da non rendere neanche immaginabile il momento in cui l’Ue potrà dire di essersi dotata di Forze armate comuni, tantomeno autonome.


IL GRANDE GIOCO IN GROENLANDIA [di Federico Petroni]

La Danimarca sta rafforzando la proiezione della sovranità sulla Groenlandia. Da anni l’isola più grande del mondo flirta con l’indipendenza, anche attirata dalle sirene cinesi che promettono investimenti infrastrutturali e nel settore minerario.

Così, nella sua nuova strategia di politica estera e di sicurezza, Copenhagen si dichiara pronta a tornare a investire sul suo dominio più settentrionale potenziando la sorveglianza, la ricerca e il soccorso in mare, aprendovi un centro scientifico per l’Artico, estendendo a tutta l’isola i bollettini meteorologici e per il ghiaccio per diffondere opportunità di navigazione e turistiche. A sospingere questo ritorno di fiamma è il timore che in Groenlandia penetri la Repubblica Popolare. La Danimarca è intervenuta bloccando l’appaltamento ad aziende cinesi dell’ampliamento di un aeroporto, sobbarcandosi l’opera.

La vicenda è interessante anche per il ruolo degli Stati Uniti, per cui l’isola è cruciale nella difesa del Nordamerica – lo testimonia l’importante base radar e di preallarme missilistico di Thule, la più settentrionale del mondo nonché unico porto in mare aperto degli Usa nell’Artico. Sin dall’inizio della guerra fredda, Washington indulge sugli scarsi contributi di Copenhagen alle spese della Nato in cambio della garanzia del controllo sulla Groenlandia. Non è un caso che, contestualmente al divieto danese ai fondi cinesi, il Pentagono abbia annunciato che investirà in infrastrutture a uso civile e militare nell’isola.


L’OPA ROMENA SULLA MOLDOVA [di Mirko Mussetti]

Il summit intergovernativo tra Romania e Moldova di giovedì ha segnato passi rilevanti nel processo di integrazione socio-economica delle due nazioni rumenofone. Ma i risultati ottenuti rappresentano anche una sostanziale escalation dello scontro istituzionale in atto nella piccola repubblica post-sovietica; sconfessano infatti l’orientamento internazionale auspicato dal filo-russo capo dello Stato Igor Dodon, minandone la credibilità.

In uno dei suoi frequenti viaggi a Mosca, mercoledì il presidente moldavo teneva un discorso alla Duma in cui elogiava il prezioso ruolo di peacekeeping delle truppe di Mosca in Transnistria e si ergeva a difensore della lingua russa in Moldova.

Ma se le funzioni costituzionalmente conferite alla presidenza moldava sono poco più che rappresentative, soprattutto in politica estera, quelle dell’esecutivo sono concrete. E la risposta del governo di Chisinau va nella direzione opposta alle indicazioni presidenziali. Sono numerose le intese firmate con Bucarest in materia di cooperazione economica, energetica, securitaria, sanitaria, culturale e delle telecomunicazioni. In campo geopolitico spiccano gli accordi per la costituzione di battaglioni moldo-romeni e l’istituzione di squadre miste per il controllo delle frontiere. Un colpo duro al concetto di “neutralità costituzionale” in veste filo-russa propugnata da Dodon.

Intanto la compagnia statale romena Transgaz ha stanziato 152 milioni di euro (di cui 46 dai fondi di coesione comunitari) per la realizzazione di condutture capaci di trasportare circa due miliardi di metri cubi di gas all’anno verso la Moldova. L’obiettivo romeno è politico e strategico. Bucarest vuole inondare il vicino con il proprio gas a prezzi politici contenuti, annullando la dipendenza della piccola nazione dal gas russo. Questo sarà l’ultimo inverno nel quale Chisinau dovrà far esclusivo affidamento sui transiti di gas attraverso l’Ucraina.

Il premier moldavo Pavel Filip, non un fervido unionista, incontrando l’omologo romeno ha però commisurato bene le parole: “desideriamo l’Unirea attraverso le interconnessioni infrastrutturali, non mediante dichiarazioni di Stato”. E su tali progetti incombe l’Autostrada dell’Unione (Târgu Mure?-Ia?i-Ungheni), emblematico tragitto del leggendario uro moldavo e simbolo di una Romania moderna che vuole consolidare l’unione degli storici principati.


MORTI, ERGASTOLI E ALLEANZE  [da Lo Strillone di Beirut di giovedì]
Il presidente Usa Donald Trump ha ringraziato l’Arabia Saudita per aver calibrato nuovamente al ribasso il prezzo del petrolio e nel suo messaggio a Riyad non ha ovviamente menzionato il caso di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita ucciso il 2 ottobre nel consolato saudita di Istanbul per l’omicidio del quale la Cia accusa il principe ereditario Mohammed bin Salman, uomo forte di Riyad.
Nelle stesse ore, il ricercatore britannico Matthew Hedges, 31 anni, veniva condannato in primo grado negli Emirati Arabi Uniti all’ergastolo (25 anni di detenzione secondo l’ordinamento emiratino) perché riconosciuto colpevole di spionaggio a favore dei servizi di intelligence di Sua Maestà. Solo dieci giorni fa, il ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt si era recato in visita ad Abu Dhabi per parlare, prima di tutto, del caso del giovane ricercatore. Nelle dichiarazioni seguite alla condanna in primo grado, Hunt afferma di essere rimasto sbigottito. Ad Abu Dhabi aveva ricevuto rassicurazioni e non minacce, evidentemente.
La potenza energetica saudita, la posizione geopolitica dei due paesi del Golfo, la loro forza negli investimenti e la graduale espansione economica-commerciale degli Emirati ben oltre l’Oceano Indiano fanno sì che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si trovino a dover subire le decisioni di Riyad e Abu Dhabi. Corsi e ricorsi della storia: prima Londra, in epoca moderna e fino alla Seconda guerra mondiale, poi Washington, dopo il secondo confitto mondiale, hanno svolto un ruolo di potenze coloniali nei confronti dei regimi arabi del Golfo. Le élite di questi due paesi si sono formate prima di tutto nelle accademie militari e politiche della sfera anglosassone.

L’alleanza di Usa e Gran Bretagna con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti è strategica. Nel lungo termine. Per questo l’omicidio di Khashoggi e la vicenda di Hedges non potranno metterla in discussione.




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22 ottobre 2018

BACCANALE AD ALBA

https://ilcorriere.net/turisti-da-tutto-il-mondo-al-baccanale-del-tartufo-fotogallery/




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12 settembre 2018

L'ANDAZZO DEL VEZZO

La lingua che cambia: l’andazzo del vezzo


Da “(Elisa)Betta”, “(Vinc)Enzo”, “(Cate)Rina” e “(Ales)Sandro” a “Gabri(ele/ella)”, “Ele(onora)”, “Ale(ssio/a o ssandro/a)”, “Fede(rico/a)”. Sui vezzeggiativi italiani si è abbattuto, da qualche decennio, un cataclisma. I loro connotati ne sono usciti profondamente mutati. E, insieme al panorama onomastico, rischia di cambiare anche la nazione linguistica italiana. 

di Nunzio La Fauci

Presto al mattino, accompagnata dallo zio Enzo (sempre che lo zio Enzo non fosse per mare: comandava piroscafi), la zia Nora andava a fare la spesa al mercato. Si fermava dal signor Menico, che teneva un banchetto di frutta e verdura, e, non tutti i giorni, da Berto, il macellaio. Non era bigotta, ma non passava venerdì che non facesse visita al giovane Tano, per misura tanto pia quanto dietetica (diceva). Scaricato il frutto di una nottata di lavoro dalla sua barca, questi lo metteva in bella mostra, sulla banchina del porto, in un paio di cassette.

A Tonio e Cettina, i ragazzi di zia Nora e zio Enzo, il venerdì di magro non sempre era gradito ma, ancora prima di farsi adulti, la sua domestica ritualità era divenuta amabile. Esperienza del resto comune anche ai loro coetanei e compagni di giochi, Vanni e Tilde, figli dei vicini di casa Renzo e Rina, e ai loro cugini Sandro e Betta, che venivano spesso a trovarli. La questione non riguardava né Cesco né Lando né Baldo, ragazzacci di strada e occasionali membri della brigata. I genitori Saro e Nilla non volevano dare loro un’educazione laica: lì, la dieta di magro vigeva quasi tutti i giorni della settimana.

Sessanta anni dopo, nella stessa città, come ogni venerdì sera, Gabri ed Ele stanno preparandosi a uscire. Il loro primogenito, Ale, e Fede, la minore, hanno già finito di cenare. A metterli a letto penserà Giuli, la baby-sitter, che ha appena suonato alla porta. La moto di Vale, il ragazzo che l’ha accompagnata e verrà a riprenderla al loro ritorno, si allontana rombando. Squilla il telefono. È Franci. Col marito Ferdi, li aspetta per le ventuno davanti al ristorante. Alla compagnia si aggiungeranno anche Marghe e Robi, previsti però in ritardo. La loro bimba, Sabri, ha fatto le bizze e hanno durato fatica a convincerla a trasferirsi per la notte dai nonni, Dani e Caro, ancora molto in gamba, che una coppia di vecchi amici, Simo e Samu, raggiungerà a breve, per fare due chiacchiere in terrazza, bevendo qualcosa.

Sui vezzeggiativi italiani si è abbattuto, da qualche decennio, un cataclisma. I loro connotati ne sono usciti profondamente mutati, non a casaccio però. In modo regolare e sistematico. Non c’è parlante che non possa dare testimonianza di questa variazione: difficile non la si sia notata. Al massimo, si può aver fatto finta di niente, conformandosi all’andazzo. È certo discutibile la celebre e provocatoria conclusione di Barthes che vuole la lingua “fascista”. Lo è meno l’osservazione che la fonda: è certo infatti che la lingua imponga più di quanto non impedisca di dire. Ed è sopra tale esigenza intrinseca di conformità comunicativa, priva per se stessa di implicazioni politiche, che il conformismo trova modo di crescere pericolosamente, ove non tenuto sotto controllo, anzitutto da ciascuno/a in se stesso/a. Non c’è infatti deriva sociolinguistica che non abbia una radice psicolinguistica o, come capita sia stato detto tra gli studiosi, non c’è fatto di “langue” che non prenda origine da una circostanza della “parole”.

Si è provato in esordio a ricordare i termini della questione dei vezzeggiativi e a rendere le forme di un tempo più evidenti di come non siano magari state o non siano nella memoria di chi ha ormai una certa età. Il vecchio sistema vigeva da secoli e si realizzava variamente. Per esemplificare, qui se ne è messo sotto gli occhi di chi legge solo uno, molto diffuso e rilevante. L’ipocoristico (così, in linguistica, si designa tecnicamente il vezzeggiativo) vi si produceva in funzione della sillaba accentata. Esso andava da lì in avanti, verso la fine del nome nella sua forma paradigmatica: “(Eleo)Nora”, “(Vinc)Enzo”, “(Do)Menico”, “(An)Tonio”, “(Gae)Tano”, “(Con)Cettina”, “(Ales)Sandro”, “(Elisa)Betta”, “(Gio)Vanni,” “(Ma)Tilde”, “(Lo)Renzo”, “(Cate)Rina”, “(Fran)Cesco”, “(Or)Lando”, “(Ro)Berto”, “(Rin)Aldo”, “(Ro)Sar(i)o”, “(Petro)Nilla” e così via.

Ai vecchi modi di produzione, ormai da parecchio tempo se ne è sovrapposto uno nuovo. L’enfasi sta sul principio del nome, sia o non sia accentata la sua prima sillaba. Se non lo è, l’accento vi si ritrae. Segue la seconda sillaba o un suo vestigio. La vocale vi si può infatti ridurre a una “i”: “Gabri(ele/ella)”, “Ele(onora)”, “Ale(ssio/a o ssandro/a)”, “Fede(rico/a)”, “Edo(ardo)”, “Marghi/e(rita)”, “Rob-i(-erto/a)”, “Vale(ntino/a o rio/a)”, “Franc-i(-esco/a)”, “Ferdi(nando/a)”, “Sabri(na)”, “Dani(ele)”, “Caro(-lina)”, “Simo(ne/a)”, “Samu(ele)”, “Tizi(ano/a)”, “Giuli(o/a o ano/a)”. Perfino “Àndri/e(a)”. Molti altri potrebbe aggiungerne chi legge, del resto. Il panorama onomastico italiano sta cambiando. Rischia quindi di cambiare la nazione linguistica italiana. In futuro, essa potrebbe essere costituita da tante Anto e da nessuna Nella, come da nessun Nardo, da nessun Berto, da nessuna Lina, da nessun Gino e così via. C’è da riflettere. I nomi propri non sono roba da poco, nell’identità personale tanto quanto in quella collettiva (ma di ciò, eventualmente, un’altra volta).

L’esordio della vicenda non è di ieri. Valga a testimoniarlo il caso di un celeberrimo “Giangi” affermatosi più di cinque dozzine d’anni or sono. Stava per “Giangiacomo” e prese il valore di un’antonomasia per designare un molto agitato rampollo di una cospicua famiglia della migliore società milanese. Già allora del resto un’Italia più popolare cominciava a contare molte Giusi (o Giusy, come allora si trascriveva) le cui nonne s’erano chiamate o si chiamavano ancora Pina. E come sintesi tra i due estremi, a cavaliere tra i Sessanta e i Settanta, Grazia Nidasio coglieva alla perfezione la tendenza nei comportamenti linguistici del ceto medio urbano settentrionale: ceto del massimo rilievo per l’evoluzione linguistica nazionale. Nidasio battezzava infatti “(la) Stefi” il simpatico personaggio della sua striscia, una ragazzina che, fuori dell’ipocoristico, di nome faceva appunto “Stefania”, come molte in quel tempo. Fu specchio fedele, anche dalla prospettiva onomastica, per un pubblico femminile tra l’infanzia e l’adolescenza. Crescendo, tale pubblico sarebbe, di lì a poco, divenuto la solida base di una nuova e montante consapevolezza di genere. Negli ipocoristici di nuovo conio, tale consapevolezza ha un’inconsapevole bandiera. Al di là di ogni esplicito progetto, com’è appena il caso si dica; anche per questo, però, con la rigorosa regolarità tipica dell’avanzare cieco del mutamento linguistico, in cui (e non solo in riferimento a sue fasi moderne) spetta d’elezione alle donne il ruolo di avanguardia e di guida.

Non è questa d’altra parte la sede per diffondersi sulle sofisticate ipotesi dottrinali che possono contribuire a gettare luce sul mutamento. Basterà dire che, dal punto di vista teorico, c’entrano i rapporti sintagmatici e paradigmatici di Ferdinand de Saussure, piegati metodologicamente a definire con grande precisione, come voleva Roman Jakobson, comportamenti linguistici concreti e non solo valori astratti. Dal punto di vista storico, d’altra parte, c’entra la persistenza materiale di una specificità formale del vocativo (non semplice caso, ma modalità di enunciazione).

Comunque sia andata, il successo del nuovo sistema onomastico e il deperire dell'antico paiono al momento fuori discussione. E con il successo, non manca nell’ormai consolidata novità un sospetto di volgarità. Non c’è mutamento che non sia (etimologicamente) volgare e la volgarità è la condizione stessa del suo eventuale trionfo. La tendenza in effetti attraversa oggi ceti e ideologie, livelli culturali e identità geografiche: è un vezzo che interessa l’intera area italofona, insomma, diffondendovi quel vago tanfo di stupidità e d’infantilismo che si correla naturalmente con il debordare di un modo vezzeggiativo. “Vezzeggiare” è del resto verbo denominale da “vezzo”. E “vezzo”, come ‘abitudine’, è ciò che la trasmissione popolare ha fatto del latino “vitiu(m)” (“vizio” ne è invece il germoglio dotto: l’italiano è pieno di doppioni siffatti, che l’uso ha eventualmente specializzato nella designazione di cose diverse).

Quando si tratta di lingua, bisogna però essere cauti. Capita ci voglia più di qualche decennio perché i giochi si possano considerare fatti. Il giorno che essi lo fossero e lo fossero a favore del nuovo, pochi dubbi sulla sparizione del tanfo di volgare stupidità. Per i (fortunati?) testimoni, tutto profumerebbe ancora una volta di buono e di intelligente. Come fanno sempre nomi, parole, cose del tempo andato: “Amo” o, a scelta, “Amò”, diceva teneramente la zia Ele allo zio Ale, “ti va se stasera, con Adri, Costi e Vale, si fa un giro al centro commerciale?”.

(4 settembre 2018)




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26 agosto 2018

GENOVA

Montanari: “Sinistra e destra hanno smontato lo Stato. Il crollo di Genova ne è l'emblema”


intervista a Tomaso Montanari di Giacomo Russo Spena 

“Il centrosinistra e il centrodestra (ma, mostruosamente, è stato più il primo) hanno smontato lo Stato, regalando a privati amici gli assetti strategici per il futuro del Paese. L'interesse pubblico è stato sacrificato sull’altare di quello privato”. Tomaso Montanari, storico dell'arte, non ha molti dubbi sulle responsabilità politiche della tragedia di Genova. Nel 2015 ha anche scritto un libro (Privati del patrimonio, Einaudi) tutto dedicato al disastro che questo ha provocato nei beni culturali: un capitolo è sulle concessioni, un altro sulle alienazioni: “Per dire – aggiunge – che Uffizi, acqua o autostrade, il meccanismo è stato identico, e perverso. E oggi i grandi giornali in mano agli oligopolisti parlano di risentimento. Una bella faccia di bronzo”. 

Il crollo del ponte Morandi di Genova può essere l'emblema di un Paese che ha smesso di crescere e redistribuire la ricchezza trenta anni fa, oggi sempre più pieno di risentimento e senza prospettive collettive? Parliamo di questo? 

Beh, bisogna intendersi sulle parole. Io non credo alla ‘crescita’ come ci crede, per esempio, Ezio Mauro, che addirittura spiega il disastro di Genova con l’eccessivo ascolto delle «sirene della decrescita». È vero esattamente il contrario: il problema è la corruzione di un Paese che non pratica più l’umile manutenzione quotidiana perché con la manutenzione straordinaria c’è più margine per tangenti e regalie. Un Paese che preferisce la crescita inutile e dannosa del Tav o della Brebemi alla tutela di ciò che esiste e che serve davvero. 

Entriamo nel merito delle decisioni politiche: è favorevole alla revoca della concessione ad Autostrade? Quali sono, secondo lei, le responsabilità di Atlantia? 

Sì, sono favorevole. Se si vuole essere onesti, bisogna riconoscere che questa volta Conte si è mosso bene: duole dirlo, ma nessun governo di ‘centrosinistra’ avrebbe avuto il coraggio di farlo, anche se oggi Graziano Delrio balbetta che avrebbe fatto lo stesso. Ma hanno fatto solo gli interessi privati dei loro amici: è per questo che sono stati travolti. Atlantia sapeva che un rischio c’era, ma ha guardato agli affari, non alla sicurezza. Lo Stato può fare meglio? Se rinunciamo a pensarlo in partenza, come possiamo contemporaneamente dire che lo Stato deve controllare? Non farà neanche questo: e infatti non lo ha fatto. Allora, riprendiamoci lo Stato. 

Non si rischia, come ammonisce il Pd, di scadere in una propaganda giustizialista dove si cercano i colpevoli senza che la magistratura abbia fatto il suo corso? Non bisogna attendere almeno gli esiti della commissione d'inchiesta prima di emettere condanne morali e politiche? 

Ma cosa c’entra la giustizia? Qua è la politica a dover pensare e agire. Anche se non ci fosse alcun profilo di reato, è caduto un ponte che non doveva cadere. Qua il problema non è punire qualcuno, ma far sì che i ponti siano gestiti da qualcuno di cui ci si può fidare. E se il giorno dopo il crollo l’ad di Autostrade dice che non aveva idea che fosse pericoloso, è ancora peggio: vanno sostituiti prima di subito. 

Alla fine il governo revocherà la concessione o peserà il parere della Lega che è per trovare una soluzione meno drastica (ricordiamo che nel 2008 la famiglia Benetton ha donato 150mila euro al Carroccio)? Insomma, veramente verrà scalfito coi fatti il Sistema di potere o siamo a mera propaganda di governo? 

Lo vedremo. Il nodo è che i 5Stelle sono davvero antisistema (pur nel loro caos e con idee sulla democrazia assai pericolose), ma la Lega invece è sistema, e sistema di potere in mezza Italia. Ha interesse a cambiamenti radicali, o solo ad alimentare la oscena arma di distrazione di massa della caccia al nero e della guerra agli stranieri poveri? 

Comunque, ad oggi, siamo al paradosso di una sinistra – nelle vesti del Pd – che voleva cambiare il mondo e che ora difende i Benetton (e i suoi azionisti), i poteri forti e lo status quo. Siamo di fronte ad un cambiamento non soltanto politico ma antropologico? 

Certo. Quando dissi dal palco del Brancaccio l’anno scorso che il Pd è un partito di destra fui criticato anche dalla sinistra estrema. Credo che sia così: c’è stata una mutazione antropologica. Il decreto dignità è timido fino all’irrilevanza, ma il Pd lo ha criticato da destra e per le cose giuste, non da sinistra! I redditi di chi vota il Pd sono medio-alti e «i ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri» (Tony Judt), e i poveri hanno votato 5 Stelle e purtroppo anche Lega. Il Pd saprà capirlo? Non direi. L’unica presa di coscienza delle ultime ore è la bella, dolente e onesta intervista a Gad Lerner sul Fatto

La soluzione passa per la nazionalizzazione delle autostrade o Lei, grande fautore dei beni comuni, propone una terza strada tra la dicotomia privato/pubblico? 

Giuseppe Dossetti diceva che il fine dello Stato è il bene comune. Calamandrei diceva: «lo Stato siamo noi». Io credo che la grande riflessione sui beni comuni debba servire a rendere ‘più pubblico’ e ‘più comune’ lo Stato e il pubblico, non ad inventare una improbabile ‘terza via’. Attuiamo la Costituzione, e pubblico e comune saranno una cosa sola. 

Possibile che in Italia si discuta di grandi opere come Tav o Tap quando, prima, non siamo in grado di mettere in sicurezza i nostri territori, le strade o le scuole pubbliche? Come bisogna intervenire per evitare che succedano nuove tragedie? 

Prevenzione e cultura del territorio. Lotta alla corruzione. E una severa critica ad una idea di progresso continuo: il pianeta è un bene finito. Lo ha capito il Papa, non certo il cosiddetto centrosinistra italiano. 

Intanto la nave Diciotti è in balia degli eventi a largo del porto di Catania col ministro Salvini che continua la sua propaganda anti immigrazione. Eppure il suo consenso cresce, pensiamo agli applausi ai funerali delle vittime di Genova... 

Non credo che quegli applausi siano una cambiale in bianco. Il sequestro della Diciotti (evidentemente illegale), il razzismo esibito e il fascismo esplicito, la sfida di Salvini a Mattarella (del resto, troppo inerte) e allo stesso Conte si spiegano con l’orrenda esternazione di Giorgetti al Meeting di Cl, in cui si prospetta l’ultima spallata al sistema parlamentare e l’elezione diretta dell’uomo forte. Il fatto che Delrio annuisse, e che in fondo sia lo stesso piano di Renzi potrebbe assicurare alla riforma una maggioranza dei due terzi, impedendo un referendum. I nemici della democrazia e della Costituzione aumentano. E non sono davvero nemici tra loro. Questo a me pare il vero pericolo.

(23 agosto 2018




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14 agosto 2018

Buon Ferragosto

Risultati immagini per buon ferragosto




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16 luglio 2018

CUNEO, PIAZZA GALIMBERTI

Flashmob di baristi e ristoratori: â??Un minuto immobili e in silenzio sul dibattito della movidaâ?




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7 luglio 2018

#magliettarossa




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1 luglio 2018

ESTATE

L'immagine può contenere: testo




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16 giugno 2018

Perplessità




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30 maggio 2018

Nulla ci fermerà

Non riesco a commentare, ma vi saluto caramente comunque, Diana e Luigi.


Ciao, belli :-)




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