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25 settembre 2017

VEGANO E' ETICO?

Ci sentiamo bene mentre sbocconcelliamo i nostri toast di avocado con maionese di anacardi, bevendoci su latte di mandorle a bicchierate: nessun animale è stato soppresso per il nostro spuntino, non lo abbiamo sfruttato depredandolo di carne, latte uova.

Che soddisfazione, siamo davvero etici quando mangiamo vegano.

Pensiamoci un momento: è così semplice? Basta cibarsi di polpette di soia e spezzatino di tofu per lavarsi la coscienza?

Davvero l’etica, il moto dell’animo che dovrebbe farci tendere verso il bene comune, può essere spiegata con le parole di Giulia Innocenzi che nel suo libro “Tritacarne” afferma che etica significa “non uccidere gli animali”?

Il fatto che insieme a lei lo pensino milioni di vegani nel mondo, significa che dobbiamo rassegnarci alla risposta della giornalista del Fatto Quotidiano alla domanda sul significato di etica?


Cosa succede a me e al mondo se divento vegetariano?

Vegetariani e vegani: bocciati in sostenibilità


Certo, anche noi ci siamo abbeverati alla fonte di Matteo Leonardon, che sul sito The Vision è arrivato a una conclusione diversa: vegano non è etico, per niente. Né per la maggior parte della popolazione e nemmeno per l’ambiente.

Vediamo perché.

È etica la quinoa?

Per buona parte dei vegani la quinoa è un alimento da cui non si prescinde, un serbatoio di proteine che non prevede abbattimenti di mucche e vitelli.

Nutrimento principale, un tempo unico, delle popolazioni di Bolivia, Perù e in generale del Sud America, la quinoa, a causa delle esportazioni nei ricchi paesi occidentali o degli scambi commerciali con i prodotti industriali delle economie avanzate, è oggi troppo costosa per i residenti.

quinoa raccolta

Il prezzo della quinoa in Perù è di 10 soles, cioè 2,70 euro, quattro volte più caro del riso e superiore persino a quello del pollo. Allo stesso tempo, privati del loro alimento principale, troppo costoso rispetto a snack, hamburger precotti e merendine, i bambini peruviani sono secondo l’Unicef tra i più colpiti dalla malnutrizione infantile, con una percentuale del 19,5%.

Anche in Bolivia il prezzo della quinoa è triplicato, oggi raggiunge i 3000 euro a tonnellata, che lievitano a 4 o 8000 per le specie più pregiate. Prezzi che la popolazione locale non può permettersi.

Aumenta anche la criminalità, che si appropria dei terreni da coltivare a quinoa con rapimenti e intimidazioni, spesso distruggendo la biodiversità delle specie vegetali, tutte abbandonate a favore della monocoltura di quinoa.

Sono etici gli anacardi? 

La maionese di anacardi nelle ricette vegane sostituisce latte o formaggi.

Il 40 % degli anacardi arriva dal Vietnam, molto spesso da campi di recupero dove i tossicodipendenti sono sottoposti al lavoro forzato e obbligati a tenere un ritmo di estrazione di un anacardo ogni 6 secondi.

Per chi non riesce a mantenere il ritmo sono previste percosse con bastoni chiodati, isolamento, digiuno e privazione dell’acqua. Sono stati provati casi di torture con elettroshock, non per nulla li chiamano “anacardi insanguinati”.

Il 60% degli anacardi viene lavorato nell’India meridionale, dove le donne, sedute nella stessa posizione per 10 ore al giorno, sono incaricate di rompere il guscio esterno. Operazione che provoca spesso la rimozione dei due gusci interni, in questo modo gli anacardi rilasciano un olio caustico, l’acido anacardico, che brucia in modo permanente le pelle delle donne che non possono permettersi dei guanti protettivi.

Tutto per 2,20 euro al giorno.

È etico il latte di mandorle?

Negli ultimi 5 anni, a causa del successo ottenuto del latte di mandorle –un vero boom– il prezzo è triplicato. È molto apprezzato dai vegani perché non di origine animale ma pure per il contenuto di calcio.

La richiesta ha costretto l’Italia a importare il quantitativo necessario di mandorle dall’estero, in particolare dalla California, che produce l’82% di tutte le mandorle del mondo.

Una coltivazione intensiva che ha prosciugato le riserve idriche della California, visto che per produrre una singola mandorla servono oltre 4 litri di acqua e che la California ne produce ogni anno 950.000 tonnellate. La conseguenza è stata una siccità diffusa, con effetti devastanti su flora e fauna, che ha portato alla moria di 4 mila cervi in un anno, oltre a linci, volpi e orsi.

È etico l’avocado?

Il re delle nostre tavole, ormai nessuno ne vuole più fare a meno. Ma pochi sanno che per produrre un chilo di avocado sono necessari 540 litri di acqua, col risultato che tra mandorle e avocado la California negli ultimi 4 anni ha attraversato lunghi periodi di siccità, i peggiori di sempre.

Non va meglio per il Messico, che negli ultimi 10 anni ha decuplicato le esportazioni di avocado. La grande richiesta, a cui il paese non riesce a far fronte, ha portato a una deforestazione di circa 700 ettari all’anno per far posto alle piantagioni di avocado.

L’enorme quantità di concimi di sintesi, pesticidi e fertilizzanti richiesti dalla coltivazione degli avocado, ha inquinato le falde acquifere, con danni e disagi per la popolazione e gli animali. Senza contare le ingerenze delle organizzazioni criminali che taglieggiano i produttori con appendice di omicidi, rapimenti e stupri per chi non segue le regole

È etica la soia?

Ma il maggior danno ambientale è causato dalla soia, responsabile di buona parte della distruzione internazionale delle foreste. Per la coltivazione ogni anno viene distrutto il 3% della foresta pluviale argentina: otto milioni di ettari, l’estensione del Portogallo.

deforestazione amazzonica

In Brasile è sparito dal ’78 a oggi l’equivalente di Italia e Germania. Considerando che la foresta pluviale produce quasi il 30% dell’ossigeno terrestre e regola il riscaldamento globale, ci si può fare un’idea dell’enorme danno ambientale causato dalle coltivazioni di soia.

Tutto ciò considerato, possiamo affermare oltre ogni ragionevole dubbio che vegano significa etico?

O non sarebbe il caso di scomodare l’etica, come fa notare The Vision, solo ed esclusivamente per il digiuno?

www.dissapore.com




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17 settembre 2017

IL PIANO SOLA

Il Piano Sòla

da Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2017 

Facciamo finta che un ufficiale dei Carabinieri, il capitano Giampaolo Scafarto, indaghi su un traffico di rifiuti. E raccolga pesanti prove sulle persone più vicine a un personaggio molto noto, Caio Sempronio: non solo intercettazioni, ma addirittura il pizzino scritto da un imprenditore con cifre di 30 mila euro al mese e 5 mila euro a bimestre con accanto le sigle del padre di Sempronio e del di lui compare, più richieste di 2 milioni per salvare il giornale di Sempronio, in cambio di raccomandazioni e incontri col braccio destro e il braccio sinistro di Sempronio. Il carabiniere si convincerà che nel traffico di rifiuti c’entri pure Sempronio. E, felice per la svolta della sua indagine, la confiderà a un pm con cui lavora da un anno: “Scoppierà un casino. Arriviamo a Sempronio”. Il pm si congratulerà con lui, raccomanderà prudenza, lo spronerà ad andare fino in fondo senza guardare in faccia nessuno. E, quando la storia verrà fuori, il carabiniere riceverà applausi ed encomi, mentre le tv si contenderanno la storia per girarci una fiction. 

La scena appena descritta pare si sia verificata nel settembre 2016 fra il capitano del Noe Giampaolo Scafarto e il pm di Modena Lucia Musti. Ma non riguarda un traffico di rifiuti, bensì un traffico d’influenze con tangenti incorporate, a carico di una gang sospettata di voler truccare la gara Consip per il più grande appalto d’Europa (2,7 miliardi). Poi ci sono soffiate e favoreggiamenti. E l’entourage coinvolto non è quello di Caio Sempronio, ma di Matteo Renzi. Che è il minimo comune denominatore di tutti i protagonisti: il padre Tiziano, il fido Carlo Russo, l’imprenditore e finanziatore Alfredo Romeo, l’ad di Consip Luigi Marroni, il ministro Luca Lotti, l’ex consigliere Filippo Vannoni, gli amici generali Del Sette e Saltalamacchia. 

Quindi il finale della storia è diametralmente opposto. Il 17 luglio la pm Musti denuncia Scafarto e il suo ex capo Sergio De Caprio “Ultimo” al Csm (che non ha alcun potere su di loro: tutta acqua al mulino di chi vuole cacciare il pm Woodcock). Svela due colloqui privati: con Ultimo nella primavera 2015 su Cpl Concordia e con Scafarto nel settembre 2016 su Consip. Dipinge i due come “esagitati”, “spregiudicati”, in “delirio di onnipotenza”, e il secondo come autore di “informative scritte coi piedi” su “chiacchiere da bar”. Ma non spiega perché non segnalò 30 mesi fa quelle orrende condotte ai vertici dell’Arma, ma continuò a lavorare con il putribondo figuro e attese le controindagini e la campagna renziana per esultare (“Finalmente l’hanno preso”) e vuotare il sacco a scoppio ritardato. 

Così ora le sue parole – dopo tante allusioni di Renzi, molto informato sui fatti segreti – vengono usate da ministri e politici di ogni colore per accusare il Noe di complotto anti-Renzi, colpo di Stato, un nuovo Piano Solo con tintinnio di sciabole, in combutta con i pm di Napoli che hanno scoperto lo scandalo e al giornale (uno a caso) che l’ha rivelato; e per occultare le prove sull’appalto truccato e le soffiate istituzionali che hanno rovinato l’indagine e salvato gli indagati dalla galera. 

Ma che c’entrano i due ufficiali con la pm di Modena? Nel 2015 la Procura di Napoli le trasmette per competenza un filone dell’inchiesta sulla coop emiliana Cpl Concordia, sospettata di pagare mazzette e di avere rapporti con la camorra. Inchiesta seguita direttamente da Scafarto e coordinata dall’allora vicecomandante De Caprio, che dunque incontrano la Musti, assegnataria del fascicolo, per i normali scambi di informazioni sulle indagini da compiere. Ora, due anni dopo, la pm si accorge improvvisamente che gli ufficiali volevano metterla sotto pressione con la frase “Se vuole ha una bomba in mano e può farla esplodere”, solo perché sottolineavano gli alti ambienti coinvolti (si parlava di D’Alema, dell’ex fondazione di Minniti, dei rapporti Pd-coop rosse) e l’esigenza di non fermare le indagini. All’epoca non disse niente a nessuno, ma ora si sente coartata fuori tempo massimo e riferisce tutto al Csm. E aggiunge una circostanza, anch’essa del tutto neutra: nel faldone arrivato da Napoli erano rimaste le intercettazioni captate fra il generale della Gdf Michele Adinolfi (prima indagato e poi archiviato) e l’allora segretario Pd Renzi alla vigilia della salita a Palazzo Chigi. Conversazioni penalmente irrilevanti e già segretate da Woodcock, anche se poi le pubblicò il Fatto perché i pm (non Woodcock: altri) non le avevano espunte da un fascicolo in mano agli avvocati.

Ora i giornaloni insinuano che i diabolici Scafarto e De Caprio le abbiano allegate appositamente al dossier spedito a Modena per farle uscire e screditare il povero Matteo: peccato che il Fatto le abbia scoperte per tutt’altra via, e cioè da un fascicolo depositato alle parti a Napoli e dunque non segreto; e che quattro sottufficiali del Noe a suo tempo indagati per rivelazione di segreto siano già stati archiviati (a proposito di fughe di notizie: il verbale della Musti davanti al Csm è segretissimo, eppure ieri, appena trasmesso alla Procura di Roma, è finito su Corriere, Repubblica e Messaggero: chi è l’autore di questa fuga di notizie? E qualcuno indagherà, anche se non c’è di mezzo ilFatto?). 

Un anno fa, poi, la pm Musti incontra di nuovo Scafarto del Noe, di cui evidentemente continua a fidarsi malgrado le terribili minacce del 2015, sempre per il prosieguo delle indagini sulla coop. E lì il capitano le confida di un’altra indagine con i pm di Napoli. Lei, secondo i giornali, sostiene di aver sentito: “Scoppierà un casino, arriviamo a Renzi” (non – si badi bene – “Vogliamo arrivare a Renzi”, come traducono i fantasiosi fautori dell’accanimento inquisitorio e della congiura). De Caprio nega di aver mai parlato di “bombe” su Renzi e di averlo mai nominato. Scafarto nota di non essere mai stato indagato a Modena per quella presunta violazione del segreto. In ogni caso, dire che l’inchiesta portava a Renzi non era ammettere un complotto, ma comunicare un dato di fatto, alla luce della lettura data dal Noe delle prove raccolte nell’ultimo mese. 

Il 3 agosto 2016 Carlo Russo parla con Romeo, che gli chiede un incontro con Tiziano Renzi per un aiutino in Consip. Il 31 agosto, il 7 e il 13 settembre i due si rivedono per parlare di un “accordo quadro” per arrivare a Renzi e dunque a Consip tramite babbo Tiziano e Lotti. Il 14 settembre Romeo verbalizza in un pizzino (e poi in un altro) l’“accordo quadro” stipulato con Russo: darà 400 mila euro all’anno a T. e a C.R. (oltre ai 2 milioni circa chiesti da Russo per salvare l’Unità, organo del Pd di Renzi). Che dovevano dedurre, gli inquirenti, se non che l’inchiesta poteva portare a Renzi? Che i due ufficiali abbiano nominato o meno Renzi con la pm, non cambia nulla: a parte l’imprudenza, che avrebbero potuto e dovuto risparmiarsi, non c’è nulla di scandaloso nel dire una verità – per quanto segreta – a un pm con cui si lavora, peraltro tenuto al segreto investigativo. E quella frase, qualunque essa sia, non sposta di un millimetro le prove raccolte nell’inchiesta Consip (quella vera): i pizzini di Romeo (ritenuti autentici dal Riesame tre giorni fa); la tangente di 100 mila euro pagata da Romeo al dirigente Consip Gasparri (che l’altroieri ha patteggiato 20 mesi e restituito la somma); le testimonianze del dirigente Pd Alfredo Mazzei e dell’ex sindaco Pd di Rignano, Daniele Lorenzini, su un incontro fra Romeo e Tiziano (che, al telefono con Matteo, non esclude di aver visto Romeo “al bar”); la testimonianza di Marroni sui “ricatti” subiti da Tiziano e Russo per favorire Romeo nel mega-appalto e sulle soffiate di Vannoni, di Del Sette, di Lotti e di Saltalamacchia; e la coda di paglia lunga chilometri di babbo Tiziano che, avvertito dal solito uccellino, smise di telefonare e addirittura iniziò a parlare con gli amici solo nel bosco di Rignano, lontano da telefonini e Trojan Horse. 

Se qualcuno ha complottato contro Renzi, sono i suoi cari, non i carabinieri. Finirà che ha ragione, a sua insaputa, Matteo Orfini: “Questo è il Watergate italiano”. Solo che nel Watergate americano lo scandalo erano i traffici del potere; gli inquirenti che lo scoprirono e i giornalisti che lo svelarono furono premiati; e il presidente Nixon se ne andò. Qui, dopo Marroni (l’unico non indagato), vogliono far fuori i carabinieri, i pm e i giornalisti per salvare inquisiti & compari. Più che il Piano Solo, il Piano Sòla.

16 settembre 2017




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24 agosto 2017

SALSA CON MUSICA-VIDEO :-)

http://www.lastampa.it/2017/08/24/multimedia/societa/conserva-di-pomodori-fatta-in-casa-cos-si-prepara-al-sud-con-molta-ironia-6vcnuWyW1gDoHYrq5jEoFL/pagina.html




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21 agosto 2017

SALSA SENZA MUSICA

Mi sto dedicando alla conserva di pomodoro. Cotta con tutti i crismi, oltre che con quasi tutte le verdure. E' un'incombenza agostana ormai annosa :-)




pomodoro-immagine-animata-0018




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1 agosto 2017

ACQUA REFERENDARIA

Crisi idrica a Roma: fra lacrime di coccodrillo e interessi finanziari

di Marco Bersani

Mentre scrivo questo pezzo, gli abitanti di Roma e dei comuni del lago di Bracciano non sanno ancora cosa succederà nei prossimi giorni: si inseguono tavoli e cabine di regia fra la Regione Lazio, che con decreto ha deciso di bloccare i prelievi di acqua dal lago di Bracciano per scongiurare un disastro ambientale, Acea, che ha conseguentemente deciso il razionamento dell’acqua per un milione e mezzo di abitanti di Roma, il Comune di Roma, che assiste imbarazzato, e il Governo, che potrebbe dichiarare lo stato di calamità.

In nessun caso, ai cittadini e alle comunità locali viene data voce. Al contrario, sembrano essere utilizzati come scudi umani dentro un conflitto di interessi particolaristici che va dagli interessi finanziari di Acea, che non possono tener conto dei vincoli ambientali, al conflitto tutto “politicista” fra Regione Pd e la grillina Roma Capitale.

Che i cittadini siano ostaggi di altri interessi è reso del tutto evidente dal comportamento di Acea, perché delle due l’una: come fa Acea a dichiarare di prelevare dal lago di Bracciano una quantità irrisoria di acqua e nello stesso tempo a minacciare, se quel prelievo viene bloccato, il razionamento per un milione e mezzo di abitanti? Le due cose non stanno insieme, e tanto meno la strumentalizzazione sottesa alla privazione di un diritto fondamentale come l’acqua.

Dietro queste drammatiche schermaglie, si avverte tutto il pressappochismo delle classi dirigenti politiche e tecniche, le quali, sapientemente, continuano a rimuovere una consapevolezza che, se assunta, manderebbe all’aria l’intera dottrina liberista del mercato come unico regolatore sociale.

Siamo nel pieno di cambiamenti climatici in corso e tuttavia si continua a fingere che le stagioni siano quelle di una volta e ci si stupisce della frequenza del binomio siccità/alluvione, quando è ormai divenuto la nuova normalità metereologica.
Sembra distrazione, ma non lo è. Perché la consapevolezza di questo mutamento epocale obbligherebbe tutte le istituzioni a ragionare su prevenzione, interventi a breve, medio e lungo termine, programmazione e partecipazione delle comunità territoriali: tutte cose espunte dalla dottrina liberista dei soldi “sporchi, maledetti e subito”, per ottenere i quali ogni attività dev’essere immediatamente redditizia in maniera misurabile e il tempo delle scelte non può andare oltre gli indici di Borsa del giorno successivo.

Il dato di fatto che emerge da questa crisi idrica, finita sui giornali di tutto il mondo, è il fallimento del modello privatistico di gestione dell’acqua: venti anni di società per azioni finalizzate al profitto (e spesso, come Acea, collocate in Borsa) hanno comportato una drastica riduzione degli investimenti (siamo ad un terzo di quelli messi in atto dalle precedenti municipalizzate), un profondo peggioramento delle condizioni di lavoro e della qualità dei servizi offerti e un esponenziale aumento delle tariffe a carico dei cittadini.

E’ contro tutto questo che, nel giugno 2011, oltre 27 milioni di italiani hanno deciso, attraverso due referendum popolari, di togliere l’acqua dal mercato e di eliminare i profitti dall’acqua: una decisione sovrana, mai attuata e costantemente ostacolata, fino a far proseguire, grazie alla trappola/shock del debito pubblico, le politiche liberiste di espropriazione dei beni comuni.

D’altronde sono gli stessi bilanci delle grandi multiutility a certificarlo. Un dato sopra tutti:  le quattro “sorelle dell'acqua” (IREN, A2A, ACEA, HERA), ossia le quattro grandi società multiutilitiy quotate in borsa, tra il 2010 e il 2014 hanno distribuito oltre 2 miliardi di € di dividendi ai propri soci, addirittura oltre 150 mln di € in più degli utili prodotti nello stesso periodo. 

O, per rimanere alla stretta attualità capitolina, ACEA ATO 2 S.p.A. tra il 2011 e il 2015 ha distribuito in media come dividendo ai propri soci (quasi esclusivamente ACEA S.p.A.) il 93 % degli utili prodotti, ossia circa 65 mln di €/anno, per poi ottenere dalla stessa ACEA S.p.A. finanziamenti a tasso di mercato per poter fare gli investimenti.

Ciò che tuttavia stupisce è lo stupore. Le uniche possibilità di trarre profitti dalla gestione dell’acqua risiedono in cinque fattori: la diminuzione del costo del lavoro, la riduzione della quantità/qualità dei servizi offerti, la riduzione degli investimenti, l’aumento delle tariffe e l’aumento dei consumi di acqua. Ovvero, tutti fattori in netto contrasto con il diritto all’acqua come bene comune da conservare per le generazioni future e tutti fattori che si sono contemporaneamente verificati nella stagione delle privatizzazioni.

Come se ne esce? Gli strumenti ci sono e ciò che continua a mancare è solo la volontà politica.

Un piano per il riassetto idrogeologico del territorio e per il riammodernamento delle infrastrutture idriche costerebbe 15 miliardi e produrrebbe 200.000 posti di lavoro puliti e socialmente utili. 
Non ci sono i soldi e i vincoli finanziari europei non ce lo permettono? Peccato che, proprio in questi giorni, il Parlamento stia dilapidando, con il beneplacito dell’UE, 17 miliardi per regalare Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca al colosso IntesaSanpaolo.

E ancora:se esiste un’emergenza idrica, essa dovrebbe chiamare in causa tutti i soggetti. Perché allora le aziende di gestione dell’acqua non deliberano la distribuzione di dividendi zero agli azionisti per destinare le risorse agli investimenti necessari? Ma se ciò succedesse “perché i privati dovrebbero stare nelle gestioni dell’acqua?”direbbe qualcuno. “Esatto” è la risposta che rende il re nudo: i privati sono nelle gestioni dei beni comuni solo ed esclusivamente per estrarre valore finanziario dagli stessi.

Come si vede, le ragioni della vittoria referendaria sono ancora tutte valide e l’attuazione di quella decisione costituirebbe l’unica possibilità di invertire la rotta.
Come ben sanno, pur facendo finta di non sapere, tanto la sindaca di Roma, Raggi, che aveva messo nel programma elettorale la ripubblicizzazione di Acea Ato2 ed ora affianca Acea nella battaglia contro i diritti dei cittadini; quanto il Presidente della Regione Lazio, Zingaretti, che si fa paladino della tutela del lago di Bracciano, salvo dimenticarsi di emettere i decreti attuativi di una legge regionale d’iniziativa popolare, approvata tre anni or sono, la cui realizzazione invertirebbe la rotta proprio sui temi della crisi idrica in corso.  

(28 luglio 2017)




permalink | inviato da fiordistella il 1/8/2017 alle 4:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


17 luglio 2017

FALCONE

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8 aprile 2017

MONICA CIRINNA'

3 aprile 2017-Espresso

Renzi è stato un pessimo segretario che va lasciato alle spalle». Monica Cirinnà, il cui nome è legato alla legge sul riconoscimento delle unioni civili, si è sentita ignorata dai vertici dopo la stagione dei diritti arcobaleno. Oggi parla all'Espresso del PD come di un partito isolato e immobile: «Siamo fermi sullo ius soli, sul contrasto all’omofobia, su tutta la parte della questione delle pari opportunità».
Senatrice qual è lo stato dei diritti lgbt in Italia? Dopo le unioni civili siamo a un punto fermo?

Oltre 1600 coppie hanno celebrato la loro unione civile. Un numero importante che ci racconta qualcosa: c’era molto bisogno di dare, non solo sicurezza giuridica, anche visibilità a questi amori: l’omofobia si combatte con la normalità quotidiana.

A proposito di omofobia: che fine ha fatto la legge nazionale (ddl Scalafarotto ndr), per il contrasto all’omo-transfobia? 
La legge nazionale è ferma. Il lavoro fatto alla Camera non è stato un buon lavoro. L’accettazione di un emendamento all’ultimo momento ha svuotato di senso quella legge che così com’è non serve a combattere l’omofobia. Una legge del genere non la vuole la parte più avanzata e progressista del PD a cui mi ascrivo, e non la vuole il movimento LGBT.

Lei fa riferimento all’emendamento Gitti che esclude dall'applicazione del reato di omofobia le "opinioni espresse all'interno di organizzazioni di natura politica, culturale o religiosa". Ma Senatrice l’emendamento è stato presentato da un deputato ex Scelta Civica che oggi fa parte del Partito Democratico
Il nostro è l’unico partito in Italia nel quale nessuno mette il silenziatore a nulla. Da noi non funziona come il M5s dove le linee dissonanti vengono censurate. Essendo un partito veramente democratico, abbiamo all’interno tante diversità che vanno valorizzate ma anche ricondotte ad un’unità. È evidente che una legge contro l’omofobia, se la si vuole fare, deve avere un senso e deve essere efficace. Non serve svilirla con emendamenti del genere.

Il Comitato Onu per i diritti umani ha pubblicato il suo ultimo report sulle Osservazioni sull’Italia, c’è una sollecitazione a completare la legge sulle unioni civili legiferando sulla genitorialità delle coppie gay e lesbiche.
È un lungo percorso che dobbiamo affrontare per arrivare al matrimonio egualitario. Le ultime sentenze hanno dimostrato che la strada dell’adozione co-parentale è ormai superata. Serve una responsabilità genitoriale piena. I bambini sono tutti uguali e devono avere tutti gli stessi diritti.

Lei ha discusso con la senatrice cattodem Emma Fattorini su genitorialità omosessuale di recente. In passato un’altra senatrice cattodem Rosa Maria Di Giorgi, ha espresso critiche forti contro la stepchild e oggi propone qualcosa che va addirittura oltre?
I nomi che ha fatto sono il passato. Stiamo andando verso il congresso del Partito Democratico e a breve andremo ad elezioni. Sarà il nuovo parlamento, che io auspico sia fatto di persone laiche, libere, democratiche a dare l’ultima risposta in tema di uguaglianza cioè a dire tutte le coppie sono uguali tutte le famiglie sono uguali nel rispetto della costituzione. Le colleghe di cui lei ha fatto i nomi devono sapere che la Costituzione viene prima delle loro appartenenze religiose.

Lei è sempre stata considerata una donna fuori dalle correnti e dalle appartenenze, anche se negli ultimi anni è stata molto vicino a Renzi per via del suo disegno di legge, ora sostiene Andrea Orlando
Sostengo Orlando per due motivi molto chiari. Il primo è che subito dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili io mi aspettavo che il grande fiume dei diritti avesse rotto la diga e potesse riversare le sue acque di libertà verso tante persone che stanno aspettando. Ciò non è accaduto, guardi lo ius soli. Il secondo motivo è che sto lavorando per avere un segretario del Partito Democratico che trasformi il partito dell’io in quello del noi. Vengo da un’esperienza politica molto particolare: dai Verdi, mi sono sempre occupata di diritti. Non voglio sentirmi ospite sgradita in una casa nella quale ci si colloca per le proprie provenienze. Quella delle correnti è una visione che mi fa venire il mal di stomaco.

Il Partito Democratico è diventato il “Partito di Renzi”, secondo l'espressione coniata da Ilvo Diamanti? 
Negli ultimi anni il PD è stato motore del cambiamento e senza questa forza propulsiva non ci saremmo riusciti. Io ricordo cos’era quello di Bersani: prese il 25 per cento nel 2013 e non riuscì neanche a eleggere il presidente della Repubblica. Va bene lasciarsi alle spalle il PD di Bersani e va bene lasciarsi anche quello di Renzi. Ma non voglio mischiare il piano del governo con il piano del partito. Renzi è stato un bravo Presidente del Consiglio ma un pessimo Segretario del PD. Il partito è un luogo di dialogo, inclusione, discussione ma soprattutto ascolto. Non puoi avere nemici tutti i sindacati, tutto il mondo della scuola ed etichettarli come gufi senza ascoltarli. Renzi non può fare il segretario del PD, forse potrà fare il premier ma questo si vedrà.

Non si è sentita ascoltata da Renzi dopo l’approvazione delle unioni civili? 
Assolutamente no. Dopo l’ottenimento del primo parziale risultato sui diritti civili, personalmente non sono stata più ascoltata né coinvolta in nulla. Tutto ciò che ho chiesto di poter fare non è stato fatto. Siamo fermi sullo ius soli, sul contrasto all’omofobia, su tutta la parte della questione delle pari opportunità. Anche sul sostegno di quei bravi e coraggiosi governatori penso a Zingaretti, ad esempio nell’attuazione piena della 194 abbiamo il freno a mano tirato perché stiamo al governo con i fratelli coltelli del nuovo centro destra che alzano il prezzo sui diritti e sulla libertà delle persone.

Cosa può offrire Andrea Orlando al PD?
La capacità di ascoltare e di ripartire dal basso. Ogni singolo circolo del Partito Democratico deve diventare una casa comune per tutti coloro che vogliono trovare un interlocutore per i loro bisogni e per le loro necessità ma soprattutto per i loro valori. L’Italia è diventato un luogo grigio, dove nessuno sorride più. L’incertezza per il proprio futuro lavorativo, politico e sociale scatena due reazioni: una è la rabbia che si concretizza con il voto al M5s, a chi vuole distruggere tutto. L’altra è la paura: dei nuovi italiani che possono arrivare e rubarti il futuro, dei valori culturali e religiosi diversi dai tuoi.

Senatrice lei sta descrivendo un partito di sinistra
Non sono la sola. Quello che immaginiamo tutti è un partito che parli di temi di sinistra, che parli ai lavoratori, ai ragazzi che cercano un futuro, ai pensionati ma che prima di parlare ascolti. Perché se noi abbiamo fatto una riforma della scuola sicuramente buona per certe cose abbiamo assunto 100mila precari però ci tirano le pietre per strade è perché non abbiamo dialogato con gli studenti, con professori. Bisogna riprendere da qui, dal dialogo.

C’è stata una sordità da parte dei vertici del partito?
Io direi un arroccamento molto forte su alcune posizioni ritenute dominanti, senza ascoltare il mondo intorno. Per scrivere la legge sulle unioni civili ho viaggiato materialmente per due anni facendo assemblee dalla Valle d’Aosta a Catania. Consumare le suole delle scarpe serve. Uscire dal palazzo, incontrare le persone e ascoltare. La politica deve dialogare, solo così le persone si innamorano. Serve coraggio. Basta con questi “io”. Le cose le dobbiamo cambiarle insieme.




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17 marzo 2017

IL PRIMO AMORE AL TEMPO DEI SOCIAL

«Secondo me, ci potresti pure limonare». Eravamo all’inizio della seconda media, dodici anni o giù di lì. E fino al giorno prima avevo giocato per anni, fino alla consunzione, con gli stessi soldatini e la stessa confezione di Lego. Non ebbi il coraggio di dire a Flavio – il compagno di classe che la sapeva lunga, perché aveva fratelli più grandi – che non avevo la più pallida idea di che cosa significasse, «limonare». E mi tenni il dubbio per i giorni a venire.

Non c’era Internet, né tutto il sesso esplicito che ha portato con sé. E se crescevi in una famiglia pudica, quale era la mia, c’era caso che non avessi mai nemmeno intravisto degli organi genitali, a eccezione dei tuoi. Anche perché di educazione sessuale, nemmeno a parlarne (in questo, ahimè, non siamo cambiati poi molto). Mancava poco che, per me, i bambini li portasse ancora la cicogna. Così le prime esperienze amorose, e vagamente legate alla sessualità, erano figlie del passaparola. A volta criptico, come nel mio caso.

In quarant’anni le cose sono cambiate, e molto. A cominciare dal fatto che, come per tutto il resto, anche in fatto di sessualità i Duemila – gli adolescenti di oggi – sono esposti a una mole di informazioni e di relazioni che noi non potevamo nemmeno immaginare. Così rete, social network e chat contribuiscono in misura rilevante alla loro «educazione sentimentale», nel bene e nel male.Ma – come racconta Paola Cicerone nel dossier di questo numero – l’immagine che emerge dalle cronache delle nuove generazioni che si affacciano all’età adulta nell’era di Internet non è del tutto 
affidabile. Non di rado leggiamo sui giornali di giovani indifesi alla mercè di ogni genere di pericolo che si possa incontrare in rete, dal sexting – l’abominevole pratica di rendere pubbliche foto scattate in momenti di intimità – alla pedofilia. (Del primo, d’altra parte, possono essere vittime anche gli adulti, a volte con tragiche conseguenze.)

I rischi ci sono, e nessuno intende sminuirli. Ma secondo Emanuela Confalonieri, docente di psicologia dell’adolescenza all’Università Cattolica di Milano, per esempio, «forse oggi si vive la sessualità con maggiore serenità rispetto a qualche decennio fa». In genere, ma non sempre, gli adolescenti hanno esperienze sessuali più precoci, anche se non sempre legate all’innamoramento, come se «la prima volta» fosse una sfida. Da una parte dunque, si parla di più di sesso, e dall’altra si tende a farlo con più disinvoltura, magari senza rifletterci più di tanto, senza chiedersi se lo si desidera davvero.

È un problema? Dipende dalla consapevolezza con cui lo si affronta. Da genitori, che magari hanno passato un pomeriggio arrovellandosi su che cosa diavolo volesse dire «limonare», possiamo solo vigilare e metterci a disposizione di figli che dovessero chiedere il nostro conforto. Proibire, ecco, quello no. Per almeno due ragioni. La prima è che l’adolescenza è un’età di scoperta, di noi stessi e del mondo che ci circonda. La seconda è che non c’è niente di meglio che proibire una cosa a un ragazzino per fargliela fare.

L'editoriale del n. 147 di Mente&Cervello,di Marco Cattaneo




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3 marzo 2017

DON CIOTTI

Don Ciotti: “La politica si metta al servizio della società (civile)”


intervista a don Luigi Ciotti di Giacomo Russo Spena

“Dignità, è questa la parola chiave”. Riconquistare la dignità perduta. Don Luigi Ciotti riparte da qui. Prete, una vita in mezzo alla strada dedicata ai più poveri e agli emarginati. Con il Gruppo Abele si è occupato di problemi sociali (droga, Aids, prostituzione, immigrazione), con Libera si prefigge invece di contrastare mafie ed illegalità diffusa. Ora, a 71 anni, ha ancora mordente e voglia di riscatto. Dopo la campagna Miseria Ladra, ha promosso recentemente Numeri Pari, una federazione di associazioni della società civile che si presenta come inedita “rete contro la disuguaglianza e per la giustizia sociale”. Tra gli obiettivi una campagna contro gli sfratti e per l’introduzione di un reddito di dignità nel Paese. Una gamba sociale, al momento, esterna a qualsiasi forza partitica: “È ora – dice – che i partiti, non solo quelli di sinistra, riscoprano la politica come servizio alla comunità, partendo dai bisogni e dalle speranze delle persone”. Il punto di riferimento, per il tenace prete, è ancora Papa Francesco, il solo che con le sue parole “scuote le coscienze di tanti, credenti e laici, perché hanno la forza della ricerca di verità e la credibilità della coerenza tra la parola e la vita”. 

Dall’ultimo rapporto Oxfam si evince che otto super miliardari detengono la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari!) di metà della popolazione più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone. Il gap tra ricchi e poveri aumenta. Intanto in Italia cresce la disoccupazione giovanile. Come si può, nel concreto, rilanciare politiche di giustizia sociale e di redistribuzione del reddito? 

Il problema non è solo politico ma culturale. Sicuramente le disuguaglianze vanno combattute sia sotto il profilo etico, perché umiliano la pari dignità delle persone, che pratico, perché disgregano la coesione sociale e il senso di comunità. Ma contestualmente è necessaria una rivoluzione culturale, cioè un impegno educativo di lungo e lunghissimo periodo – non possiamo aspettarci frutti immediati – che ci aiuti a ripensare le basi della relazione umana, della convivenza sociale, dei bisogni essenziali di una persona. Senza questa cornice è difficile che i singoli provvedimenti abbiano effetti al di là della contingenza. La questione credo sia stata messa a fuoco con grande lucidità da Papa Francesco nella Laudato sì, là dove si parla di “conversione ecologica”: bisogna ribaltare il rapporto tra economia e ecologia, perché l’economia, a dispetto della sua posizione egemonica, è solo una parte dell’ecologia, che comprende in sé sia la dimensione ambientale, sia quella sociale, sia appunto quella economica. Un’economia senza questa visione alta del bene comune diventa una forza distruttiva, un sistema di sfruttamento. Che lo sia diventata è anche responsabilità della politica, troppo spesso ridotta a strumenti di ratifica di quanto viene deciso nelle sedi economiche e finanziarie. 

Passiamo alla misure concrete per contrastare precarietà e diseguaglianze. In Parlamento giacciono ben tre proposte di legge sul reddito minimo garantito, una di Sel, una del Pd e una del Movimento 5 Stelle. La vostra è l’ennesima proposta di reddito, non sono troppe? E che rapporti avete coi partiti, ci sarà collaborazione? 

La nostra è una proposta di “reddito di dignità”, perché dignità è la parola chiave. Dignità di un lavoro che si cerca ma non si trova, o viene concesso in forme degradanti o umilianti, come dimostrano le tante forme di precariato, per non parlare dello sfruttamento o del caporalato. Poi che ci siano tante proposte non mi sembra in sé un fatto negativo, perché in ciascuna ci può essere del buono e del ragionevole. Certo è necessario arrivare a una sintesi, anche per venire a capo della situazione attuale, in cui abbiamo una sorta di spezzatino – o di pasticcio – di misure assistenziali insufficienti o persino contraddittorie. Detto questo, l’obiettivo è arrivare a una forma di reddito minimo garantito – come accade in quasi tutti i Paesi europei – contrattando se necessario una deroga del patto di stabilità sulla spesa sociale. 

Ma quale rapporto avrete coi partiti? 

Siamo disponibili a collaborare con chiunque si impegni su questi punti con coerenza e trasparenza. 

Non trova che questo cosiddetto 1% di superpaperoni, oltre alla ricchezza, detenga anche il potere a scapito delle nostre democrazie? Senza considerare il tema della corruzione endemica alle forme di governo. Lotta alla diseguaglianza e lotta all’illegalità, sono due battaglie congiunte? 

Sono profondamente intrecciate. È assodato che la corruzione cresce più facilmente in contesti di forte disuguaglianza, che lei stessa, d’altro canto, alimenta. Per non parlare delle mafie e delle organizzazioni criminali, che hanno nella corruzione il loro apripista. Questione sociale e questione criminale – dove nel “criminale” ci mettiamo la corruzione, le mafie, l’illegalità diffusa – sono vasi comunicanti e questa è un’ulteriore prova di come il tema dei “diritti” non sia solo etico ma politico. Una società senza diritti, o dove i diritti regrediscono a privilegi, è una società che non evolve sul piano sociale, culturale e nemmeno su quello economico, perché lascia spazio alle tante forme di corruzione e di criminalità che aggrediscono e derubano il bene comune. 

Avete lanciato “Numeri Pari”, un’associazione che vede al proprio interno molte realtà sociali. È ora che i partiti della sinistra si mettano da parte per lasciare spazio a comitati territoriali, società civile e associazionismo vario?

È ora – lo dico con umiltà ma anche con convinzione – che i partiti, non solo quelli di sinistra, riscoprano la politica come servizio alla comunità, partendo dai bisogni e dalle speranze delle persone. Altrimenti la politica cancella la sua stessa funzione, che è quella di garantire il bene comune. Però è anche ora che la società civile, nel suo insieme, diventi società civile responsabile, consapevole cioè che l’essere oggi cittadini non può limitarsi all’esprimere opinioni via web o dare le proprie virtuali adesioni a questa o quella campagna: occorre mettersi in gioco in prima persona, costruendo insieme agli altri e anche insieme a chi fa politica di professione – c’è chi lo fa con onestà e competenza – progetti di interesse collettivo. 

Il nuovo punto di riferimento per le realtà dal basso – che si battono contro diseguaglianze e povertà – è veramente il Papa? Al di là dei suoi proclami, all’interno del Vaticano non ci sono ancora mille contraddizioni da esplicitare? 

Mi sembra riduttivo e fuorviante parlare di proclami. Quelle del Papa sono sollecitazioni che scuotono le coscienze di tanti, credenti e laici, perché hanno la forza della ricerca di verità e la credibilità della coerenza tra la parola e la vita. Questo sotto il piano etico e morale. Rispetto a quello intellettuale, credo che il discorso del Papa, al di là degli orientamenti politici e culturali di ciascuno, abbia una grande forza di persuasione perché denuncia ciò che la politica e l’economia tacciono o dicono in forme prudenti e reticenti, ossia che questo sistema e questo modello di vita sono da cambiare alla radice, e che se c’è una speranza, una via d’uscita dal circolo vizioso, comincia dal ridare dignità, lavoro e cittadinanza alle milioni di persone a cui sono state sottratti. È un discorso politico nel senso più vasto e alto del termine, e che lo faccia un Papa è certo molto significativo dei vuoti della politica. Se “libertà, uguaglianza, fraternità” sono stati i principi su cui abbiamo edificato le società moderne occidentali, è paradossale che sia un Papa a ricordarci che senza uguaglianza, senza pari dignità delle persone, la fraternità e la libertà rischiano di essere soltanto parole. 

Nelle campagne sociali che ha in mente, quale posto occupa la Costituzione. Soprattutto dopo il referendum del 4 dicembre scorso, dove è stata bocciata la riforma Boschi/Renzi, non dobbiamo riaffermare i valori della nostra Carta? 

La Costituzione attende ancora una completa realizzazione, soprattutto per quel che riguarda la prima parte. Ciò detto, nessuno mette in dubbio, anche dopo l’esito referendario, che il sistema politico vada rinnovato, alleggerito nei costi, semplificato in certi meccanismi. Ma un conto è questo rinnovamento, un altro è il disegno – in atto da diverse stagioni – che mira a modificare la delicata ossatura della Costituzione, volta a impedire le concentrazioni di potere, le gestioni “personali” o private degli interessi pubblici, la pretesa di uno o di pochi di decidere al posto degli altri. Questa è una deriva a cui bisogna dire no, perché umilia lo spirito democratico e porta da un lato allo smantellamento dei diritti fondamentali – quindi del lavoro, della casa, dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria – dall’altro alla riduzione del bene comune a offerta elargita, paternalisticamente, dall’alto. Il linguaggio della democrazia è corresponsabilità, alfabeto del “noi”, non monologo e parola dell’io. E la Costituzione resta la più alta sintesi del linguaggio della democrazia e delle responsabilità che essa ci affida. 

Spesso lei è stato accostato, proprio per la battaglia sul reddito, vicino al M5S. Qual è il suo giudizio sul movimento di Grillo? 

Tali accostamenti, al di là del M5S, sono semplificazioni prive di fondamento. Rispondono più a un gioco delle parti che a un’analisi profonda dei problemi. Libera e il Gruppo Abele sono (e saranno) realtà apartitiche ma non apolitiche, nel senso che collaboreranno, senza “accostamenti” e confusione di ruoli, sulla base di un rapporto franco, diretto, con chiunque dentro e fuori dalla politica s’impegni in modo concreto per la giustizia sociale, per la dignità e la libertà delle persone.

(20 febbraio 2017)




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17 febbraio 2017

GIORDANO BRUNO, NE' DOGMI NE' PADRONI


Maria Mantello 

Giordano Bruno, 417 anni fa, dopo lunghi anni di carcere e sofferenze (fu sottoposto anche a tortura almeno due volte: a maggio del 1597 e a settembre del 1599), a piedi scalzi e con la lingua stretta nella mordacchia, veniva condotto dal carcere del Sant’Uffizio a Piazza Campo dei Fiori per essere bruciato vivo. Era l’alba del 17 febbraio del 1600, e la Chiesa cattolica, che aveva voluto quella morte atroce, celebrava in quell’anno il suo Giubileo. 

Il Santo tribunale dell’Inquisizione Romana, presieduto personalmente dal papa, l’aveva condannato al rogo perché “eretico, impenitente, pertinace” ed anche i suoi scritti, posti all’indice dei libri proibiti, venivano dati alle fiamme. 

Sono gli anni in cui la Chiesa, attraverso la sua macchina inquisitoriale, che si alimentava della delazione e del sospetto indotto, del terrore del rogo e di torture a volte anche più crudeli della morte, sferrava uno dei più pesanti attacchi repressivi contro quanti osassero pensare con la propria testa e rivendicassero il diritto di scegliere visioni del mondo e comportamenti di vita non omogenei e funzionali alle sue opinioni. 

Bruno non può non scontrarsi col potere dominante perché si assume il “fastidio” di pensare. 

fastidito si era definito nella sua commedia, Candelaio. Un unico termine, fastidito, che sintetizza benissimo il filosofo. Che diviene il monogramma esistenziale di chi non subisce il mondo, ma vive nel mondo e incide nel mondo. 

Senza il demone del fastidio contro il conforme e il fideistico, Bruno non avrebbe potuto maturare la sua rivoluzionaria filosofia. 

Una filosofia che ha fatto paura e che fa paura ancora a molti per la sua attualità straordinaria. Un pensiero che costringe a fare i conti con le proprie piccolezze e ristrettezze mentali. Perché non ammette zone grigie. Perché è un atto d’accusa contro l’opportunismo, la pavidità, la rassegnazione, che producono - scrive Bruno - il «servilismo che è corruzione contraria alla libertà e dignità umana» (De immenso et innumerabilibus). 

La sua filosofia fa paura perché è una condanna inappellabile per chi vorrebbe l’umanità eterna minore: “gregge” “asino” “pulcino” “pulledro” (sono i termini che usa Bruno). In uno stato di perenne minorità. Incapace di intendere e di volere. Bisognosa quindi di padrini, padri protettori, padreterni. Tanto più pericolosi quanto più assoluti. Un’umanità in ginocchio nella speranza del miracolo e delle intercessioni degli unti del signore, che nelle simoniache alleanze sguazzano. 

Bruno mette a nudo i meccanismi psicologici e consolatori, che riducono gli uomini ad asini obbedienti che si fanno «guidare - scrive - con la lanterna della fede, cattivando (imprigionando) l’intelletto a colui che gli monta sopra et, a sua bella posta, l’addrizza e guida» (Cabala del Cavallo Pegaseo). 

«Figlio del Vesuvio e della collina di Cicala, filosofo e poeta italiano, unico spirito veramente libero», lo definisce Cyrano de Bergerac nel suo L’altro mondo, ovvero gli Stati e gli imperi della Luna e del Sole (1657- 1662), ma neppure lui, che pure è filosofo libertino, osa pronunciare ancora il nome di Giordano Bruno. 

Il Nolano non è stato sentito fratello neppure da Galilei, che per la sua teoria della relatività primaria attinge a pieni mani alla Cena delle Ceneri di Bruno. …. 

Contaminato dalla rivoluzionaria filosofia del Nolano è Shakespeare. L’universo bruniano con un cielo infinito e la materia creatrice, è infatti più che un semplice sogno d’amore nel suo Antonio e Cleopatra. E ancora in un’altra sua operetta, Pene d’amore perdute, la concezione dell’autonomia dello Stato dal confessionalismo è chiara ripresa dello Spaccio della bestia trionfante di Giordano Bruno. Ma neppure Shakespeare, che certamente ha conosciuto il Nolano alla corte di Elisabetta, lo nomina. 

(Per non parlare di oggi, dove si trovano manuali con definizioni del tipo: “Giordano Bruno, filosofo panteista perito in un incendio”). 

Giordano Bruno è un intellettuale scomodo perché condanna la menzogna e l’ipocrisia, soprattutto quando vengono dal riverito ‘mondo della cultura’, trasformato dai servili pedanti in accademia di pensiero unico. Bruno polemizza continuamente e pubblicamente con costoro. Li ridicolizza nei suoi dialoghi: «più nun sanno e sono imbibiti (imbevuti) di false informazioni più pensano di sapere», e danno i loro principi «conosciuti, approvati senza demonstrazione». 

Giordano Bruno è scomodo, perché alle baronie familiste dei lacchè di regime sbatte in faccia la loro responsabilità per la decadenza politica e morale: «La sapienza e la giustizia iniziarono a lasciare la terra – scrive – dal momento che i dotti, organizzati in consorterie, cominciarono ad usare il loro sapere a scopo di guadagno. Da questo ne derivò che ... gli Stati, i regni e gli imperi sono sconvolti, rovinati, banditi assieme ai saggi ...e ai popoli» (De immenso et innumerabilibus). 

Pensiamo al disorientamento dei compunti teologi di fronte a questo intellettuale “anomalo” che avrebbe potuto vivere tranquillamente la sua carriera di docente, ma a cui il tomismo andava stretto. La cosa che disturba maggiormente costoro è il suo rifiutare ogni censura, il suo contrapporre alle loro mistificazioni linguistiche il suo parlare chiaro, perché il linguaggio per Bruno non è formalismo, ma strumento di conoscenza. È inebriante ricerca plurilinguistica, capacità di destreggiarsi mirabilmente nella mescolanza dei registri stilistici, negli spregiudicati accostamenti lessicali, propri di chi riesce a fare della parola lo strumento comunicativo di un pensiero nuovo, dirompente. La parola è invenzione e strumento di elaborazione di concetti, perché si pensa con le parole. Si comunica con le parole. E Giordano Bruno inventa lo sperimentalismo linguistico. 

Scrive: «è in nostra libertà di nominar come ci piace e limitar le definizioni e nomi a nostra posta» (Cabala del cavallo Pegaséo). E ancora: «Le regole servono a coloro che son più atti ad imitare che ad inventare»; «conchiudi bene che la poesia non nasca de le regole … ma le regole derivano da la poesia» (Eroici furori). 

Insomma, ad un’estetica di maniera che fagocita il contenuto nella pedanteria della regola, Giordano Bruno contrappone il “pittore-filosofo”, che espropria all’ombra le cose e le definisce e ridefinisce nella vertigine delle possibilità combinatorie di significato e significante. 

La polemica contro i pedanti (chierici, teologi, grammatici… lacchè del potere) è fortissima nel Nolano. Essi sono la follia del mondo, la vanesia negazione del buon senso e della razionalità, con la loro riproposizione asinina dell’accumulo del già definito (magari eterno e rivelato), tanto funzionale al potere dominante a cui si vendono: «vanno a buon mercato come le sardelle – scrive nel De la causa principio e uno - «perché come con poca fatica si creano, si trovano, si pescano, cossì con poco prezzo si comprano». 

Sono i Frulla, i Poliimnio, i Prudenzio, i Manfurio. Personaggi-maschere degli straordinari capolavori filosofici-letterari di Giordano Bruno. Forti con i deboli e debolissimi con i forti. 

Alla loro ignavia intellettuale e morale, Bruno contrappone il coraggio di pensare. Il coraggio di dire quello che si pensa. Il coraggio di essere coerenti con le conclusioni del pensiero, trasformandolo in azione. Per liberare gli individui dalla sottomissione intellettuale e sociale. 

Bruno vuole un mondo di individui pensanti e liberi. Per questo ha accolto con entusiasmo la Rivoluzione copernicana, che sviluppa e amplifica nel suo straordinario infinito. In tutta una serie di successive e concentriche rivoluzioni. Eccole in sintesi: 

- Al principio divino, sostituisce la Natura - Materia - Vita autosufficiente. Quindi perfetta, divina, nella sua infinita autonoma capacità di generare gli infiniti fenomeni. In natura niente si crea e niente si distrugge. E’ l’ABC della scienza! Con buona pace degli astorici sognatori che con la favola del “disegno intelligente” vorrebbero che a scuola invece di Darwin si studiasse il creazionismo. 

- Alla conoscenza prefissata nel modulo dell’anima creata, sostituisce la fisicità della mente corpo funzione biologica. Insomma come dirà Crick, lo scopritore insieme a Watson della catena del DNA: «come la bile è una secrezione del fegato, l’anima è una secrezione della mente». 

- Contro il confessionalismo del precetto, rivendica la libertà dell’etica nella sua autonomia ed autodeterminazione per ciascun essere umano. Perché ognuno è proprietario della propria vita. Responsabile del progetto di vita che vuole per sé. Comunque e sempre. Con buona pace dei padroni dell’anima. 

- Alla politica del potere di pochi, contrappone quella della cittadinanza per tutti. 

Usciti dalla gabbia del geocentrismo, dove «gli erano mozze l’ali», gli esseri umani possono finalmente spiccare il volo e «liberarse de le chimere» di un cielo superiore e una terra inferiore. 

E il Nolano chiama ogni essere umano a spiccare questo volo per sperimentare le infinite possibilità di pensare, conoscere, agire. Per diventare, «possendo formar altre nature, altri corsi, altri ordini con l’ingegno», «cooperatori dell’operante natura». Penetrando le leggi fisiche della Materia-vita. Dove tutto è corpo animato e infinita trasformazione nel suo particolare caratterizzarsi fenomenico. 

La «Natura Materia Madre, che partorisce dal suo grembo all’infinito le sue forme», non ha bisogno di altro che di se stessa. È autosufficiente nella costanza del suo autonomamente farsi. È perfetta (divina) in se stessa. 

Non c’è più bisogno di creazionismo, né di provvidenzialismo, né di finalismo. Le teorie di chi pretende di inchiodare l’universo e l’umanità in una soffocante cappa di protettiva minorità. 

Il Nolano ha squarciato il velo! E la favola delle immaginarie sacralizzate essenze si schianta su questa materia-vita-infinita-totale-universale-essere, di cui ogni essere umano nella sua fisicità fa parte. E proprio nella sua fisicità può conoscere. E in questo si è maghi. Si è dei a se stessi. 

La magia di Bruno è conoscenza. È sviluppo della capacità di indagine e ricerca per analizzare i legami chimici degli elementi naturali, i profondi nessi causali tra tutte le cose: «magia – scrive - è la contemplazione della natura e scoperta dei suoi segreti» (Sigillus sigillorum). 

E il nostro filosofo - quando ancora tutti gli altri non sapevano neppure cosa fossero chimica e farmaceutica scrive: «Approvo quello che si fa fisicamente e procede per apotecàrie (farmaceutiche) ricette... Accetto quello che si fa chimicamente»; «Ottimo e vero è quello che non è sì fisico che non sia anche chimico e matematico». (Spaccio della Bestia trionfante). 

Questa è la magia per Giordano Bruno, contro la «magia di disperati» «di chi invoca supposte intelligenze occulte con riti preghiere formule» (De magia). 

La magia è allora arte della conoscenza, magia di conoscenza, «potenza cogitativa» che sa tessere interrelazioni rappresentative. È memoria ragionata, che sviluppa pensiero problematico. Elabora giudizi fondati. Conquista sempre maggiori aree alla conoscenza addentrandosi in sentieri inesplorati, perché - scrive Bruno – “seleziona”, “applica”, “forma”, “ordina”. E Bruno sottolinea la fisicità di questo processo intellettuale: «la ricerca ragionata dei dati particolari, è il primo accostarsi al cibo, la loro collocazione nei sensi esterni ed interni, è una forma di digestione» per «progredire nelle operazioni dell’intelligenza», per «vedere con gli occhi dell’intelligenza» (Lampas triginta statuarum). 

La memoria dunque, in questo incessante processo di scomposizione e ricomposizione (sinapsi?) di «atomi corporei-mentali» (li chiama proprio così) è «conoscenza del nuovo». 

Esercizio di continua trasmigrazione concettuale. Succedersi di cicli conoscitivi conclusi, che si riaprono a sempre nuovi cicli di diversificate acquisizioni (le pitagoriche trasmigrazioni di cui parla). 

Ma perché questo accada, bisogna superare «l’abitudine di credere, impedimento massimo alla conoscenza» (De immenso…). 

Di qui la sua potente polemica anticristiana. 

La pedanteria, dice Bruno, è solo l’effetto della fede asinina. Perché ci sono tanti asini? Perché quelli che ancora non lo sono sembra che si prodighino a diventarlo? Si chiede Bruno nella Cabala del cavallo pegaseo. E perché tutti possano comprendere, come in una favola, descrive la metamorfosi di questo inasinamento: «Fermaro i passi, piegaro e dismisero le braccia, chiusero gli occhi, bandiro ogni propria attenzione e studio, riprovaro qualsiasi uman pensiero, riniegaro ogni sentimento naturale, ed infine si tennero asini. E quei che non erano, si trasformaro in questo animale: alzaro, distesero, acuminaro, ingrossaro e magnificorno l’orecchie, e tutte le potenze de l’anima riportorno e uniro nell’udire, con ascoltare e solamente credere». 

È la fede la causa della imbecillità collettiva, della decadenza e della corruzione della società. Bruno lo dice con chiarezza. 

Essa abitua alla soggezione a credere e obbedire alle “teste unte” e “coronate”. È la fede insomma che fa diventare asini! Che riduce l’umanità nello stato asinino: «Chi son gli chiamati, chi son gli predestinati, chi son gli salvi, -scrive Bruno nella Cabala del cavallo Pegaséo- l’asina l’asinello, gli semplici, gli poveri d’argumento, gli pargoletti, quelli c’han discorso da fanciulli, quelli, quelli entrano nel regno dei cieli, quelli per dispreggio del mondo». 

Bruno, come mai nessuno aveva fatto prima, svela e denuncia il meccanismo della promessa del cielo come potente narcotico per il dominio delle coscienze e mantenimento del potere: «guidano all’al di là e sanciscono il mio e il tuo nell’al di qua». 

Bisogna allora impegnarsi a “spacciare” (scacciare) via l’ottusità della fede asinina attraverso una radicale renovatio

Ecco allora che è possibile operare il ribaltamento: da asino fidente a individuo cosciente. 

La condizione del non sapere, propedeutica al disvelamento delle falsità degli assoluti, fa sì che il raglio dell’asino possa divenire grido panico che tiene lontani i nemici della conoscenza. 

La paziente tenacia dell’asino diviene la forza della ragione che si arrampica nei sentieri impervi, inesplorati della ricerca. Le orecchie asinine, da strumento passivo dell’ascolto catechistico, diventano formidabile mezzo per raccogliere dati, elaborarli e interpretarli. 

Si aprono allora le infinite possibilità delle individuali singolarità. 

Quelle che ancora oggi l’integralismo cerca di reprimere. Non solo negando l’estensione delle libertà nella reciprocità dei diritti, ma rimettendo in discussione le grandi conquiste civili. È l’integralismo dal volto disumano di chi vorrebbe riportare le donne al fiat sacrificale di eterne fattrici. 

È l’integralismo di chi pretenderebbe di fare del fine vita -e contro la volontà del singolo- un letto irto di tubi. 

È il confessionalismo di potere che considera l’umanità eterna minore, e che per questo vuole riappropriasi del controllo della scuola, della ricerca, della scienza … 

E per fare questo pretende finanche di godere di privilegi finanziari ormai intollerabili e incotrollabili. 

Contro tutto questo e molto altro ancora, la filosofia di Bruno è la tromba del riscatto perché - come scrive- «la vita vera … sta nelle nostre mani» (Eroici furori). 

Ognuno ha intelletto e mani, afferma Giordano Bruno, ma è la mano, l’operosità, l’agire che ci rende intelligenti. 

Christian René de Duve, premio Nobel per la medicina (1974) ha scritto: «L’Homo sapiens, quello che possiede conoscenza, deriva dall’Homo habilis, colui che sapeva usare le mani». Un bel riconoscimento per il nostro Giordano Bruno, che a proposito di evoluzionismo secoli prima di Darwin scriveva che senza la mano «l'uomo in luogo di camminare serperebbe, in luogo d'edificarsi palaggio si caverebbe un pertuggio, e non gli converrebbe la stanza, ma la buca». E ancora «dove sarebbero le istituzioni de dottrine, le invenzioni de discipline, le congragationi de cittadini, le strutture de gl’edificij et altre cose assai, che significano la grandezza et eccellenza umana […]? Tutto questo se oculatamente guardi, si referisce non tanto principalmente al dettato de l’ingegno, quanto a quello della mano organo de gl’organi». (Cabala del cavallo Pegaseo

Insomma, è l’azione che fa la differenza! Ed è sul primato dell’agire che Bruno prospetta la sua riforma politico-sociale. Invitando a costruire Repubbliche, a rimuovere le ingiustizie, perché il Paradiso – scrive Bruno – bisogna costruirlo in terra, o almeno cercare di far diventare la terra meno inferno. 

Ecco allora, che alla religione del regno dei cieli, Bruno contrappone la religione civile, che è legame politico-sociale. Legame umano per vivere in pace e serenità. Nella civile pacifica convivenza: «dove – sostiene il Nolano – la quiete de la vita sia fortificata e posta in alto […] dove non si dee temer d’altro che d’essere spogliato dall’umana perfezione e giustizia» (Spaccio

Ovvero spogliato della dignità. Dei diritti umani, che garantiscono l’emancipazione individuale e sociale. Che, come aveva ben capito il Nolano, esiste soltanto se è tutelata nel patto sociale. 

Patto Costituzionale lo chiamiamo oggi. Vincolo per ciascuno a rispettarlo, perché è la garanzia che la mia libertà inizia contemporaneamente a quella di ciascun altro. Nei diritti e nei doveri. E solo su queste basi di laicità – cultura dell’emancipazione e dell’uguaglianza – si può costruire una società più giusta ed equa, dove ognuno sia tutelato contro il sopruso, il familismo, la prepotenza. 

«La legge – scrive Bruno – faccia che gli potenti per la loro preminenza e forza non sieno sicuri». E aggiunge: «gli potenti sieno più potentemente compressi e vinti» affinché «gli deboli non siano oppressi». (Spaccio) 

Insomma bisogna avere la certezza del diritto e costruire le condizioni del diritto: per l’emancipazione individuale e sociale. Perché a nessuno  scrive Bruno  «non gli sia oltre lecito d’occupare con rapina e violenta usurpazione quello che ha commune utilitate». (Spaccio). 

Ecco il bene comune! I beni comuni! 

E proprio sulla questione dei diritti sociali e dei beni comuni, passa oggi la riaffermazione della dignità di ciascuno, anche contro l’arroganza di un liberismo selvaggio che assicura la ricchezza a pochi, e a tutti gli altri la certezza di una vita senza più precaria. 

Attenzione, la ricchezza non è un male –sostiene il nostro filosofo- se è risultato del lavoro che consente l’emancipazione a cui tutti devono essere posti nella condizione di accedere. Ma, cara Ricchezza – scrive – sei da spacciare (scacciare) via «quando amministri alla violenza, quando resisti a la giustizia […] e non sei quella, che dai fine a’ fastidi e miserie, ma che le muti e cangi in altra specie». (Spaccio

Insomma, poiché il sopruso trova sempre il modo di metabolizzarsi. Ecco allora la necessità di affermare con forza il principio dell’uguaglianza delle opportunità: «non è possibile – afferma il nostro filosofo  che tutti abbiano una sorte; ma è possibile ch’a tutti sia ugualmente offerta» Spaccio, p.196 

Insomma libertà e democrazia nell’accesso ai diritti. E se questo non avviene, – continua Bruno – dipende «dalla inegualità, iniquità ed ingiustizia di voi altri, che non fate tutti equali e che avete gli occhi delle comparazioni, distinzioni, imparitadi ed ordini, con gli quali apprendete e fate differenze. Da voi, da voi, dico, proviene ogni inegualità, ogni iniquitade». (Spaccio). 

Gli uomini possono produrre le ingiustizie. Gli uomini possono rimuoverle. Ecco allora in sintesi il programma attualissimo della Riforma di Giordano Bruno: fornire l’istruzione a tutti perché ognuno possa emanciparsi; rimuovere gli ostacoli degli svantaggi individuali, sociali ed economici; togliere i privilegi; deporre i tiranni; costruire le Repubbliche e rafforzarle; scegliere governanti onesti. Perché individui si diventa. Perché l’appartenenza nella cittadinanza è nostra costruzione. 

È necessario e doveroso: “due son le mani per le quali è potente legare ogni legge, l’una è della giustizia, l’altra della possibilità… niente però è giusto che non sia possibile”. (Spaccio)

(16 febbraio 2017




permalink | inviato da fiordistella il 17/2/2017 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

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