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21 aprile 2021

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permalink | inviato da fiordistella il 21/4/2021 alle 16:55 | Versione per la stampa


18 marzo 2021

MICROMEGA

P2, quarant’anni di trame occulte. Parlano i magistrati Turone e Colombo

La Loggia massonica segreta guidata da Licio Gelli è stata davvero sconfitta? Lo abbiamo chiesto ai due protagonisti di un’indagine che ha segnato indelebilmente la storia d’Italia.

Rossella Gua

agnini
 

A detta degli inquirenti i neofascisti avrebbero agito su input di Licio Gelli (capo della P2), Umberto Ortolani (suo braccio destro), Federico Umberto D’Amato (ex capo dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno) e Mario Tedeschi (ex direttore de Il Borghese ed ex parlamentare del Msi), tutti deceduti e ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori della strage.La loggia Propaganda 2, originariamente parte del Grande Oriente d’Italia, fu sciolta formalmente nel 1974 e successivamente ricostruita nel 1975 sotto la guida del Maestro Venerabile Licio Gelli, che la trasformò in una forza in grado di condizionare il sistema economico e politico italiano, imprimendogli una svolta in senso autoritario.Negli elenchi di quel migliaio di iscritti figuravano 43 generali e l’intero vertice dei Servizi segreti, 11 questori, 5 prefetti, 4 editori, 44 parlamentari, ministri e banchieri (come Sindona e Calvi), reali (come Vittorio Emanuele di Savoia), imprenditori (Silvio Berlusconi), diplomatici (come il conte Edgardo Sogno con il suo progetto di ‘golpe bianco’) gente del modo dello spettacolo (Claudio Villa e Alighiero Noschese), il presidente dell’Eni Leonardo Di Donna, magistrati e giornalisti (Maurizio Costanzo e il direttore del Corsera, Franco Di Bella), tutti in ruoli chiave del Paese. Tanto che lo stesso Gelli dirà in seguito – con una delle sue battute ammiccanti – che chi era iscritto alla Loggia coperta (i cui membri non sono conosciuti dagli affiliati ad altre logge) non lo faceva per motivi di carriera, perché la carriera l’aveva già fatta.Ma la P2 è stata davvero sconfitta allora oppure, malgrado il trascorrere del tempo, ha continuato a esistere, aggirandosi come un lugubre fantasma di un passato che ritorna? In occasione di un anniversario che rivelò agli italiani l’esistenza di un doppio Stato, MicroMega intervista i due magistrati protagonisti di un’indagine che ha segnato indelebilmente la storia d’Italia.Giuliano Turone e il potere occulto che sconvolse la Prima Repubblica“Tra il 1978 e il 1980 accaddero fatti – dal delitto Moro alla strage di Bologna – che hanno sconvolto la nostra Repubblica. Un triennio maledetto”. Esordisce così Giuliano Turone, giudice istruttore che insieme a Gherardo Colombo il 17 marzo del 1981 scoprì gli elenchi dei 962 affiliati alla P2 nel corso di una perquisizione nell’azienda tessile la Giole, in località Castiglion Fibocchi (Arezzo), di cui Gelli era proprietario. Il clamoroso ritrovamento, racconta l’ex magistrato, fu il frutto avvelenato “dovuto alla determinazione, alla lealtà e allo spirito di servizio di coloro che presero parte agli eventi di quei mesi convulsi”.Cosa era veramente la P2?Un sistema di potere occulto disposto a tutto. Dire che era una loggia massonica è impreciso, non ne dà il senso profondo. Di per sé le logge sono delle associazioni non particolarmente riservate. Propaganda 2, invece era un meccanismo sofisticato che consentiva a vaste porzioni di gruppi determinati di far sì che le decisioni fondamentali e gli affari più rilevanti di una comunità venissero gestiti attraverso canali sotterranei invisibili, in modo che i cittadini avessero la sensazione di essere governati nell’ambito di una democrazia, mentre invece le vere decisioni erano assunte attraverso percorsi diversi e non trasparenti.In che modo avete agito?Si facevano indagini con molta cura per evitare trappole. Eravamo determinati e abbiamo avuto la fortuna di avere con noi divise fedeli, le stesse con cui sette anni prima avevo potuto rintracciare e arrestare il boss latitante Luciano Liggio, primula rossa dei corleonesi che dalla Sicilia era giunto a Milano. Il blitz di Castiglion Fibocchi lo facemmo con uomini della sola Guardia di Finanza di Milano, a cui diedi la raccomandazione scritta di evitare la prassi di avvertire i comandi locali. Così siamo riusciti a ottenere i risultati che abbiamo avuto. In particolare ricordo il colonnello Vincenzo Bianchi e il maresciallo Francesco Carluccio che, di fronte alle pressioni di alcuni vertici, ha resistito. Se non fosse stato tanto coraggioso, avrebbe fatto finta di non vedere la lista che ha visto e sequestrato. Vengono scoperte anche delle buste sigillate con i dati di alcune delle operazioni più gravi, come quella relativa al Banco Ambrosiano o l’altra per ripianare i debiti del gruppo Rizzoli.Siete stati immediatamente consapevoli di quanto trovato?Che si potesse arrivare a una scoperta importante non era escluso. Ma non ci aspettavamo di trovare una cosa così grossa. Noi abbiamo smosso le acque, ma non abbiamo spazzato via tutto. Abbiamo scoperto, ad esempio, che tra gli uomini che formavano il Comitato di crisi e coordinamento delle forze dell’ordine – istituito per gestire l’affare Moro – c’era una maggioranza del 90 per cento di iscritti alla Loggia. La P2 è rimasta come un pugile suonato per circa un anno, poi si è rimessa in piedi e ha fatto cadere il governo Spadolini. Berlusconi nel tempo diventerà presidente del Consiglio.Fu un momento pericoloso.Avevamo guardie armate sempre intorno e temevamo che potessero venire a portarci via le carte che occupavano un armadio blindato. Colombo e io facemmo visita al democristiano Arnaldo Forlani: era a dir poco imbarazzato nel dover prendere atto che c’erano ministri del suo governo implicati. Il 20 maggio dell’81 si decide la pubblicazione delle liste e l’esecutivo si dimette. Il Capo dello Stato Sandro Pertini chiama Giovanni Spadolini, primo laico (non appartenente alla Dc) a essere incaricato di formare un governo.Come è coinvolto Gelli rispetto agli stragisti della stazione di Bologna su cui è in corso un nuovo procedimento?Lo stragismo è strategia della tensione, con la partecipazione di personaggi di quei Servizi segreti che erano affiliati alla P2, di ampi strati dei Carabinieri e della Gdf legati mani e piedi alla Loggia. Tra le forze dell’ordine all’epoca c’erano quelli fedeli alla P2 e quelli fedeli alla Repubblica.Con l’andare del tempo, grazie alla tecnologia informatica sempre più avanzata, noi ritroviamo molti processi penali agganciati a fatti di mafia, di eversione nera e rossa, di terrorismo. I procedimenti più importanti vengono registrati e la ricerca testuale sugli atti per magistrati, giornalisti d’inchiesta e storici diventa più agevole. È possibile così individuare e ricostruire gli eventi più complessi del passato.Lei è autore di un recente libro, Italia occulta, ora ripubblicato da Chiarelettere  in cui ha ricostruito vicende storiche che stanno emergendo con sempre maggior chiarezza, ma anche indagini attuali.Sì, ho aggiunto un’ampia appendice che riguarda le novità di rilievo degli ultimi due anni inerenti all’omicidio di Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), fratello del Capo dello Stato, e all’eccidio della stazione di Bologna (2 agosto 1980).La P2 è sempre attuale…Nel nostro Paese esiste ancora una mentalità diffusa che agevola il potere occulto. Un po’ di anticorpi tuttavia dovremmo averli sviluppati. Anche se adesso, a parlare di anticorpi, si pensa subito a un altro virus che uccide.Gherardo Colombo e l’eredità della P2Cosa ha significato la P2 per l’Italia di ieri e di oggi? Qualcuno ha parlato di una ‘bolla’ di cui nulla è rimasto. Ma i morti ci sono stati, eccome.“Mentre indagavamo sul banchiere Michele Sindona [2] e il suo finto sequestro, scopriamo che Joseph Miceli Crimi – suo amico medico, massone e mafioso – aveva incontrato Licio Gelli ad Arezzo. Miceli Crimi aveva preso parte al viaggio clandestino di Sindona a Palermo, compiuto subito dopo l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, e lo nascondeva nel capoluogo siciliano. Poiché il nome del Maestro Venerabile compariva a più riprese nelle indagini decidemmo di perquisire i luoghi che frequentava, tra cui la sua abitazione Villa Wanda e la ditta Giole di cui era a capo”. Comincia così la storia del ritrovamento degli elenchi della P2 per bocca di Gherardo Colombo, ex magistrato oggi presidente della Garzanti.Credo che la P2 sia stata un’associazione che operava clandestinamente perché l’Italia non si evolvesse verso una compiuta democrazia e politicamente rimanesse pesantemente conservatrice. Nelle liste comparivano il direttore del Sisde, quello del Sismi, il comandante generale della Guardia di Finanza, generali di divisione dei Carabinieri, prefetti, questori, magistrati, perfino il ministro della Giustizia in carica all’epoca (presente con firma in originale), la figura che mi ha sorpreso di più. Vi erano i nomi di coloro che, appartenendo ai Servizi di sicurezza, hanno depistato le indagini sulle stragi compiute in Italia dal 1969 al 1980.Con quali conseguenze? Gelli in una delle sue interviste sornione rilasciate negli ultimi anni della sua lunga vita sottolinea che in Italia c’era non solo il popolo comunista e democristiano, ma anche il popolo fascista.La P2 ha occultamente contribuito a segnare le sorti del nostro Paese. L’Italia di oggi continua a risentire delle ferite di ieri.Quale la ragione, a suo avviso, della formazione della logga Propaganda 2?In massoneria la loggia P2 era stata costituita tanti anni orsono per tutelare la riservatezza dei suoi membri più in vista. Altra cosa è quella rifondata in seguito da Licio Gelli.La Commissione inquirente, nominata per far luce sugli avvenimenti e presieduta da Tina Anselmi, fa riferimento agli uomini a capo della Loggia segreta utilizzando l’immagine della ‘doppia piramide’.“Sì, l’una sull’altra, così da prendere nell’insieme la forma di una clessidra. Gelli è in cima alla piramide inferiore, punto di collegamento con il gruppo superiore che della P2 si serve per raggiungere i propri scopi.Gli elenchi ‘spariti’ verranno mai ritrovati? E dove?L’archivio della P2 stava in Uruguay. Non mi stupirei se prima o poi risultasse in possesso di qualche Servizio segreto. Straniero.Jacques Prévert scrisse una poesia sui monarchi di Francia, “Le belle famiglie”, lamentando che non sapessero contare neppure fino a 20, visto che al massimo da 1, con Luigi I, sono arrivati a 18, con Luigi XVIII. Noi abbiamo avuto la P2, la P3, la P4… Fino a quanto sappiamo contare noi italiani? Non credo che quella P2 sia replicabile, anche per via delle profondissime modificazioni dello scacchiere politico internazionale intervenute alla fine degli Anni Ottanta.Nuovi legami sono venuti fuori dalle ultime indagini sulla strage di Bologna: Gelli e Ortolani avrebbero pagato i terroristi neri coi soldi del Banco Ambrosiano. E l’omicidio di Piersanti Mattarella avrebbe esecutori ancora ignoti, ma legati alla mafia e protetti dalla P2.Su questi aspetti non saprei cosa dirle: aspetto che le indagini e i processi, che eventualmente ne scaturiranno, si concludano.

 




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16 gennaio 2021

KANT E QUELL'IRRINUNCIABILE FATICA DEL PENSARE


di TERESA SIMEONE

L’etica rigorosa di Kant non è lontana dalla nostra vita: lo vediamo in questi giorni quando il concetto di libertà è da alcuni assolutizzato e contrapposto a quello della sicurezza che lo limiterebbe e ci si chiede cosa significhi moralità in un sistema democratico.

Un bel libro di Carlo Sini e Telmo Pievani, pubblicato qualche mese fa, E avvertirono il cielo, riprende un’espressione di Gianbattista Vico con cui si fa riferimento al nascere della cultura. Cultura, ovviamente, è il segno che lascia l’intelligenza umana ogni volta che, davanti a un problema, si sforza per trovarvi una soluzione. Il che non è contrario alla natura, ma obbedisce alle prerogative della natura stessa, quella umana. Non si tratta cioè di espungere la cultura dalla natura o viceversa, ma di individuare un ponte, come ha scritto Cavalli-Sforza, tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale. La questione, dunque, non è stabilire un primato tra ciò che è naturale e ciò che è culturale perché non possiamo fare a meno di comportarci come esseri dotati di ragione e dunque di una forza che cerchi di regolamentare le pulsioni istintuali, tenendo a bada la dimensione strettamente biologica, quanto piuttosto cercare le connessioni tra le due sfere.

Kant ha colto molto bene la bidimensionalità dell’essere umano nella necessaria tensione tra sensibilità e ragione che si svolge in campo pratico: noi siamo sempre in lotta tra due forze che vorrebbero prevalere l’una sull’altra e che dobbiamo equilibrare. In questo sta la nostra essenza di esseri liberi e morali. Se fossimo soltanto istinto non avremmo alcun merito o demerito nel comportarci in un certo modo perché non ci sarebbe libertà: un animale è determinato ad agire dalla sua natura e, come tale, non può essere giudicato secondo categorie morali. Non c’è un leone cattivo da un lato e una cerbiatta buona dall’altro, né un agnello tenero e un lupo crudele: i loro comportamenti sono insindacabili perché fuori dagli schemi concettuali e morali introdotti dall’essere umano. Allo stesso modo, se fossimo mossi soltanto dalla ragione, una ragione assolutizzata e sublimata, non saremmo meritevoli per le azioni corrette, dal momento che in noi agirebbe sempre tale pienezza di giudizio che non ci farebbe commettere errori. Saremmo nella “santità”. Non fallibili né condannabili e dunque non responsabili. Eticamente non connotati.

Nonostante sia guidato, ma non determinato dalla ragione, l’essere umano non segue, perciò, un piano razionale predefinito: essa procede per tentativi e, proprio per questo, suo compito è sviluppare le disposizioni naturali, pur nella consapevolezza che l’uomo, il cui tempo è insufficiente, non riuscirà mai a completarle in vita. Se la natura gli ha dato la ragione, scrive Kant, è perché ha voluto che fosse più destinato alla stima razionale di sé che al benessere, più a rendersi degno della felicità che a conseguire la felicità stessa.

In tal senso la morale non è la dottrina che ci insegna come dobbiamo farci felici, ma come dobbiamo diventare degni della felicità. L’uomo si agita nel mondo, lotta nella storia, mosso da ambizione, vanità, orgoglio non per conseguire felicità, ma per esprimere i propri talenti e rivendicare diritti. La terra, anche secondo Kant, non è, dunque, un’arcadia pacificata, ideale, metastorica ma uno spazio di contrasti e affermazioni di sé, come vuole e spinge la naturale, problematica e critica razionalità dell’uomo. E la moralità, infatti, altro non è che una costrizione che sentiamo operante dentro di noi. È una legge: universale, assoluta, incondizionata.

Eppure, anche se per Kant è incondizionata, agisce sempre all’interno di un essere umano finito e dunque influenzato dalla sua condizione. Ecco perché la ragione è sempre in lotta con la parte sensibile dell’uomo che le oppone una resistenza e fa sì che tale legge morale assuma la forma del “dovere”. Nello sforzo con cui l’uomo riesce a de-condizionarsi rispetto alla propria natura istintuale è la misura della sua moralità. Sappiamo bene che quella di Kant è un’etica prescrittiva, non descrittiva: non riguarda l’uomo qual è, ma l’uomo quale dovrebbe essere, non come si comporta ma come dovrebbe comportarsi. Eppure questa necessità non nega la libertà, anzi la potenzia: nella tensione tra ragione e sensibilità c’è la consapevolezza che si debbano vincere le proprie inclinazioni naturali ma che vi si possa anche cedere così come possano essere violate le disposizioni che impone la ragione. Che, non dimentichiamolo, implica sempre l’assunzione di un rischio. D’altronde Kant non sottovaluta i limiti della condizione umana, opponendosi al fanatismo morale di chi crede che sia possibile la perfezione etica. La santità, come realizzazione compiuta della virtù, non è di questo mondo. La virtù è “intenzione morale in lotta” e non adesione naturale spontanea. Come hanno giustamente sottolineato a proposito della filosofia kantiana Abbagnano e Chiodi, la moralità non è la razionalità necessaria di un essere pensante infinito, ma la razionalità possibile di un essere che può decidere di assumere o non assumere la ragione come guida della condotta. A più riprese il filosofo salernitano ha ricordato che "se l'Illuminismo aveva portato dinanzi al tribunale della ragione l'intero mondo dell'uomo, Kant si propone di portare dinanzi al tribunale della ragione la ragione stessa, per chiarirne in modo esauriente strutture e possibilità"[1]. In questo senso, nella Critica della Ragione pura “la critica è “della” (der) ragione sia nel senso che la ragione è ciò che viene resa argomento di critica, sia nel senso che essa è ciò che mette in atto la critica”[2]. Ugualmente conclude Pietro Chiodi quando sottolinea che l'intento di Kant è proprio quello di "reperire nel limite della validità la validità del limite"[3]. Niente a che vedere con la ragione infinita di un Cartesio, giusto per intenderci, ma anche andando oltre gli stessi intenti dei philosophes.

Questo amor hominis intellectualis che impronta l’opera kantiana, l’impossibilità di “togliersi di dosso la qualità di uomo”, è il riconoscimento della grandezza/piccolezza dell’essere umano il cui pensiero è finito, certamente, ma, pascalianamente, consapevole di esserlo. La sua dignità è un dato incontrovertibile: affonda nella coerenza interiore, presupposto essenziale di ogni comportamento virtuoso, di ogni azione, cioè, la cui forza non sia nella conformità alla legge esterna, alle convenzioni, ai precetti religiosi, ma unicamente alla norma il cui fondamento è nella ragione. Si può, pertanto, essere d’accordo o dissentire riguardo al suo ferreo, quasi glaciale, rigorismo ma le pagine che ha scritto nella Fondazione della metafisica dei costumi, nella Critica della ragion pratica e negli altri scritti morali sul senso alto della dignità difficilmente hanno un riscontro altrettanto chiaro in altre opere filosofiche.

Innumerevoli sono gli esempi di agire morale che porta in esse. Anche da un punto di vista pragmatico, le formule dell’imperativo categorico, proprio perché formali e non condizionate da alcun contenuto, possono costituire una guida valida in ogni tempo e sganciata da situazioni storiche precise. Così quando scrive “Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale“[4], non ci dice cosa dobbiamo fare nello specifico ma, proprio per questo, ci dà un riferimento valido per qualsiasi nostra azione.

Antonio Cassese dedica al filosofo di K?nigsberg passi importanti: nel suo I diritti umani oggi scrive che tra i tanti pensatori, leader religiosi e politologi, chi ha colto meglio il concetto di dignità umana è stato proprio Immanuel Kant che nella Fondazione della metafisica dei costumi (1785) osserva come “Nel regno dei fini, tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito con qualcosa d’altro a titolo equivalente; al contrario, ciò che è superiore a quel prezzo e che non ammette equivalenze, è ciò che ha una dignità.[…] L’umanità è essa stessa una dignità: l’uomo non può essere trattato dall’uomo (da un altro uomo o da se stesso) come un semplice mezzo, ma deve essere trattato sempre anche come un fine”. L’uomo come homo phaenomenon, elemento del mondo sensibile, è mediocre, modesto, un essere naturale come tutti gli altri, ma come homo noumenon, membro del mondo intellegibile, non può essere considerato come un mezzo per i fini altrui o anche per i propri fini. A tale proposito, Cassese riporta un episodio che fa capire quanto il discorso di Kant non rimanga su un piano puramente astratto, ma possa essere applicato alla vita reale ben più diffusamente di quanto si possa credere. Nel 1991, in Francia, nella cittadina di Morsang-sur-Orge, il titolare di una discoteca decise di inserire tra le sue attrazioni il “lancio del nano”, con cui permetteva ai clienti di “giocare” e di vincere a chi l’avesse lanciato più lontano. Il sindaco vietò l’attrazione ma i proprietari si rivolsero al tribunale amministrativo di Versailles che diede ragione alla società. Il primo cittadino impugnò la sentenza davanti al Consiglio di Stato che a sua volta l’annullò in nome di quella che può essere definita la nozione di “dignità umana”. Rifacendosi alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, oltre che alla giurisprudenza francese, il supremo organo di giustizia osservò che utilizzare “come proiettile una persona affetta da un handicap fisico, e presentata come tale […], lede la dignità della persona umana”. È vero, si riconobbe, che il nano aveva scelto liberamente di sottoporsi al lancio e che invocava il principio del “diritto al lavoro” e la “libertà dell’impresa e del commercio” ma si ritenne, altresì, che il rispetto della persona umana dovesse prevalere sia sulla volontà del nano sia sui diritti di libertà da lui accampati. Kant avrebbe risposto che il nano non poteva accettare di ridurre se stesso a mezzo di divertimento di altri perché doveva considerarsi un fine in sé. [5] Nessuno, cioè, può rinunciare volontariamente alla propria dignità e fare della propria umanità merce di profitto.

Non è tanto lontano dai mille casi della vita l’etica rigorosa di Kant: lo vediamo anche in questi giorni quando il concetto di libertà è da alcuni assolutizzato e contrapposto a quello della sicurezza che lo limiterebbe e quando ci si chiede cosa significhi moralità in un sistema democratico, se scegliere di proteggere chi si sente vulnerabile o rivendicare fino in fondo le proprie libertà individuali.

Kant non è comodo, anzi è scomodissimo nell’impedire che ci costruiamo alibi per i nostri comportamenti o le nostre ipocrisie, quando riteniamo di tacitare la coscienza elargendo un obolo a chi mendica o sostituendo il rispetto, doveroso per ogni essere umano, anche il più riprovevole, con la pietà autoassolutoria. Scomodissimo quando sostiene che non è la religione a fondare la morale, ma la morale, tutt’al più, la religione e che barattare una buona azione con l’ingresso in Paradiso non ha nulla di etico o quando bolla come immorale un’azione fatta nella fredda applicazione di una legge positiva e non come adesione al principio etico che dovrebbe informarla, quando stigmatizza la necessità di sanzioni là dove l’azione dovrebbe essere libera da imposizioni esterne, quando ci richiama a un’autonomia morale che un obbligo, quale quello di un controllo eteronomo, renderebbe condizionata. È scomodo quando biasima il nostro bisogno di tutori, pur maggiorenni di età; quando ci ammonisce dall’affidare ad altri la salvezza della nostra anima o la cura della nostra mente; quando smaschera la speranza in qualcuno che ci guidi come attitudine a seguire piuttosto che ad assumerci l’onere della scelta. “Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me – scrive nel saggio Che cos’è l’illuminismo? - un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno dì pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione”. Ci schermiamo tutti gridando che vogliamo essere “il capitano della nostra nave” salvo poi, alla prima occasione, quando guidare significa assumersi responsabilità,  applaudire all’homme fatal, affidarci al capo-padre-signore, quello che ci protegge dagli sbagli e decide per noi dove dobbiamo andare. Non è il caso di scomodare filosofi che hanno individuato nella scelta la fonte dell’angoscia e vissuto la libertà come condanna per capire quanto ansiogena sia la condizione dell’uomo che ha fatto del “Sapere aude!” la massima della propria condotta. Eppure è in quell’atto di coraggio, che apre a nuove possibilità, che diventa Sprung, cioè salto verso il futuro[6], la fonte della nostra dignità. È lì, nell’autonomia intellettuale e morale con cui la volontà si conforma alla razionalità, affrancandosi dall’eteronomia di un condizionamento.

La morale kantiana non è esente da critiche: molti sostengono che alla sua etica del dovere, per cui un’azione è buona in sé, indipendentemente dalle conseguenze, si dovrebbe preferire un’etica utilitaristica come quella di Bentham, ad esempio, ben più adatta a una realtà in cui si deve pur agire in vista di un principio di convenienza comune, sulla base, cioè, di un calcolo dei vantaggi e degli svantaggi e della ricerca della “massima felicità per il maggior numero di persone”. In tale dibattito più attuale potrebbe essere il ricorso a Weber e alla sua distinzione tra “etica della convinzione” e “etica della responsabilità”. Col riferimento alla prima, come sappiamo, Weber valuta l’agire in base alle intenzioni che ne sono a monte, ai convincimenti interiori, senza badare ai mezzi e alle conseguenze legati alla loro realizzazione; per quanto riguarda la seconda, invece, l’agire si giudica in base alle conseguenze esteriori che produce e ai mezzi utilizzati. Per il carattere “realistico”, quest’ultimo risulta una specie di equivalente etico dell’agire razionale rispetto allo scopo e quindi, in qualche modo, più consono all’agire politico anche se, quando scrive “Pertanto l’etica della convinzione e quella della responsabilità non sono assolutamente antitetiche, ma si completano a vicenda, e solo formano il vero uomo, quello che può avere la ‘vocazione alla politica”, egli finisca per ammettere non una separazione ma una possibile integrazione tra le due forme.

Nell’essere umano agiscono tante forze: Hume, uno dei riferimenti culturali di Kant, parla di simpatia, il sentimento morale “comune a tutta l’umanità”, che si basa sulla percezione dell’utilità o dannosità di un’azione per i suoi simili per cui si può scegliere un’azione buona anche se non vantaggiosa per noi. Kant, in realtà, non sottovaluta che ci siano altri agenti alla base dei comportamenti umani ma nega che possano costituire una legge morale la quale, per essere tale, deve avere il carattere dell’universalità. Questa condizione è assolta dalla ragione che è presente in tutti gli uomini e che prescrive in maniera rigorosa di rinunciare a ogni piacere o vantaggio individuale. “La dignità del dovere non ha a che fare col godimento della vita; il dovere ha la sua legge speciale, ed anche il suo speciale tribunale”[7].

Per Kant ciò che è giusto è un bene perché è giusto, non giusto perché è un bene. Esclude, pertanto, una serie di giustificazioni che vorremmo addurre per i nostri comportamenti individuali: “Egli giudica dunque di potere fare qualche cosa, perché è conscio di doverlo fare, e conosce in sé la libertà che, altrimenti, senza la legge morale, gli sarebbe rimasta incognita”[8].

D’altronde, “Soddisfare il comando categorico della moralità è sempre in potere di ognuno”[9]. È per questo che il Devi! si accompagna al Puoi: “Devi, quindi puoi!” È nel comando che scopro la possibilità di non obbedirgli e quindi la mia libertà.

Solo l’uomo, d’altronde, si rappresenta il dovere di agire per il dovere; solo l’uomo è soggetto a pressioni psicologiche che possono assoggettare la sua volontà e solo l’uomo può pensarsi come tenuto a vincerle. Solo l’uomo, cioè, è capace di pensare come un dovere assoluto il dovere di essere libero.[10]

E allora ciò che farà, come agirà non sarà condizionato da un luogo, da una situazione, da un’occasione ma dall’imperativo che sentirà in sé e al quale, non per interessi, sentimenti o vantaggi particolari, risponderà. Quante volte, dopo un’azione scorretta, abbiamo cercato di autoassolverci, trovare degli alibi al senso di colpa, vincere quel fastidio, pungente, sotterraneo, insuperabile. È lì, in quel disagio, che è rappresentato quello che siamo, la nostra moralità e la nostra libertà: se avvertiamo quella sensazione d’inadeguatezza è perché sentiamo che nel fondo della nostra coscienza avremmo potuto comportarci diversamente, scopriamo che eravamo, che siamo liberi.

La persona che cercasse di rispondere a quel comando, che volesse obbedire alla legge morale vivrebbe le mille difficoltà di un’esistenza sempre in bilico tra scacco e sacrificio, difficilmente felice. Ma, d’altronde, non è la felicità il fine della vita umana, di chi non può fare a meno di essere com’è, di chi tra la comodità della superficialità e la fatica dell’approfondimento, sceglie di essere, lo aveva già annunciato un illustre efesino, tra gli svegli. Di chi sceglie di resistere, in nome di una tensione ideale, di una pulsione di verità sempre più difficile da sostanziare in un’epoca di cedimento come quella che stiamo vivendo. Eppure c’è ancora chi resiste e cerca di non dimenticare che dopo di lui c’è una generazione che si troverà in eredità un mondo in cui dovrà poter continuare a vivere e a credere. In questo senso l’esempio di vita proprio di uno studioso di Kant, Pietro Chiodi, combattente e difensore della libertà, risalta limpido: egli stesso racconta, nella sua opera-diario Banditi, di come scelse di diventare partigiano dopo aver attraversato una strada piena di sangue, aver visto un carro con quattro cadaveri vicino al Mussotto e aver ascoltato un cantoniere che diceva: “È meglio morire che sopportare questo”. Di come non avrebbe potuto continuare ad accettare qualcosa che non l’avrebbe reso più degno di vivere. Perché c’è qualcosa in ognuno di noi che ci aiuta a non smarrire la strada e, anche se a fatica, a vigilare sulla nostra come sull’umanità di tutti gli esseri pensanti.




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16 gennaio 2021

Assassini torturatori e legion d'onore

La magistratura italiana ha incriminato alcuni alti esponenti dei servizi segreti egiziani per le torture e l’assassinio di Giulio Regeni, avvenuto quasi cinque anni fa. Già allora era evidente di chi fosse la responsabilità del crimine. Ora è iniziata l’azione penale, ciò che era ovvio per chi volesse capire diventa ufficiale in sede giudiziaria (naturalmente c’è la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, ecc., ecc.).

Il presidente francese Macron il 7 dicembre ha insignito il presidente egiziano Al Sisi, da cui dipendono i servizi segreti che hanno torturato e assassinato il nostro (e di Macron) concittadino europeo Giulio Regeni, della Legion d’Onore, massima onorificenza d’oltralpe.

Corrado Augias ha immediatamente riconsegnato la Legion d’Onore di cui era stato insignito anni fa. Il suo gesto è stato immediatamente seguito da Sergio Cofferati, Giovanna Melandri e Luciana Castellina (quest’ultima per una diversa onorificenza francese).

Piero Fassino e Stefania Prestigiacomo, Pd e Forza Italia, hanno dichiarato che restituire la Legion d’Onore è uno sbaglio e, rinverdendo il Nazareno, se la sono tenuta. Emma Bonino anche se l’è tenuta, però soffrendo “imbarazzo”. Massimo D’Alema, Romano Prodi, Walter Veltroni, Dario Franceschini e molti altri politici italiani insigniti della Legion d’Onore non hanno detto una parola in proposito, dunque se la tengono ben stretta anche loro.

Offenderei Castellina, Augias, Cofferati e Melandri se dicessi che il loro è stato un gesto coraggioso, sono persone, tutte, consapevoli che il coraggio è altro, che il loro gesto è invece la sacrosanta reazione che dovrebbe essere automatica per ogni cuore democraticamente coerente. Viltà è piuttosto quella di chi questo elementare riflesso di coerenza democratica non l’ha avuto.

Poi ci sono però le istituzioni italiane. La magistratura ha iniziato l’iter giudiziario. E il Legislativo? E l’Esecutivo? Non hanno fatto nulla. Né rispetto al governo egiziano, perché non si può fingere che torture e assassinii perpetrati dai servizi segreti egiziani siano frutto di qualche “melamarcia deviata”, visti i quasi cinque anni di sistematico depistaggio del regime di Al Sisi, né rispetto alla massima onorificenza con cui Macron lo ha celebrato.

Ritirare l’ambasciatore italiano al Cairo, revocare le credenziali all’ambasciatore di Al Sisi a Roma, sono gesti simbolici, si dirà, e Al Sisi se ne fregherà altamente. Ma i gesti simbolici sono gesti, appunto, sono fatti, sono azione. Darebbero un segnale. E l’Italia dovrebbe portare la questione in sede europea. Se avesse un governo, naturalmente, e non un simulacro, che gode di un unico merito, involontario ma, ahimè, grandissimo: se cade e si va al voto arriva un Parlamento a stramaggioranza orbaniana, che elegge il pregiudicato Berlusconi al Quirinale e per cinque anni governa con il pre-fascismo di Salvini e Meloni. Non sono tempi radiosi, proprio no.





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30 novembre 2020

Tutti i complici del revenge porn

di Edoardo Lombardi Vallauri

In questi giorni si parla molto di revenge porn, per lo scalpore suscitato dalla vicenda della maestra di Torino il cui ex compagno ha diffuso materiale che la ritraeva in atteggiamenti sessuali, causandone il licenziamento dalla scuola dove insegnava.

Il modo in cui si usa la parola, in questo e in molti altri casi, è poco onesto; perché presenta le cose in una versione di comodo. Infatti si parla di questi episodi come se gli autori della vendetta e delle sue conseguenze fossero alcuni precisi, visibili colpevoli, e si sorvola su tutti gli altri. Cioè, si sorvola sul fatto che i colpevoli reali sono tantissimi, e che fra loro ci sono anche molti di coloro che puntano il dito contro i colpevoli più palesi.

Vediamo i colpevoli palesi:

1. La persona, tipicamente ex compagno, che per danneggiare una donna, o anche solo per vantarsi di essercisi accoppiato, diffonde prove visive di questi accoppiamenti.

2. Coloro che ne aumentano la diffusione girandoli sul web.

3. Coloro che a seguito di questa rivelazione adottano comportamenti ostili nei confronti di quella donna: pubblico disprezzo, oppure, come nell’ultimo caso, licenziamento motivato da questo disprezzo.

Ma se questo porn riesce a essere revenge, è perché l’intera società è complice. Di per sé un filmato non ti fa del male, non è come le percosse e le lesioni. Un filmato ti fa del male se la cosa che stavi facendo quando ti hanno filmato è una cosa brutta. Una cosa che, se venuta a sapere dagli altri, ti rovina. Ebbene, la diffusione di un filmato in cui fai sesso ti può rovinare perché la nostra società giudica male chi fa sesso. Se fosse solo una questione di pudore per la vista delle parti intime o di atteggiamenti intimi, un piccolo danno ci sarebbe, ma non si verrebbe licenziati. Né si deciderebbe di togliersi la vita, come purtroppo succede ogni anno a qualche vittima di questo tipo di vendetta, che lo fa perché si sente ormai rovinata agli occhi di tutti quelli che conosce.

Insomma, gli indispensabili complici del propagatore del filmato sono:

4. Tutti quelli che disapprovano e disprezzano chi fa sesso.

E non solo: come ho cercato di spiegare recentemente,[1] anche:

5. Tutti quelli che non lo disapprovano realmente, se non altro perché il sesso lo fanno anche loro; ma ne approfittano comunque per deridere, screditare o condannare chi lo fa, soprattutto se femmina, nelle mille forme che le relazioni sociali mettono a disposizione.

Schifoso modo di mettersi al di sopra degli altri, approfittando della persistenza di una morale ipocrita.

Cerchiamo di dare evidenza al ruolo che questa morale ha nel portare a effetto la vendetta; cioè, sforziamoci di realizzare la concreta corresponsabilità che ha, in ogni episodio di revenge porn, ciascun singolo benpensante di questa civiltà.

Se si trattasse di un danno oggettivo prodotto singolarmente da chi diffonde le immagini, e non del danno inferto da una morale scellerata, diffondendo delle foto o un video sarebbe possibile causare un danno altrettanto grave a una femmina e a un maschio. E invece il danno riguarda sempre una donna, perché questa morale giudica il sesso più colpevole nelle donne che negli uomini. Il danno, come si vede, dipende direttamente da diffuse credenze morali.

Se si trattasse di un danno oggettivo e non del danno inferto da una morale distorta che vede il sesso come colpevole, si potrebbe causare lo stesso danno diffondendo immagini dove la persona anziché sesso fa altre cose. Cose anche molto intime. Diciamo, delle foto o un video in cui va di corpo, o gioca nuda con i suoi bambini, o viene visitata dal ginecologo. Certo, un simile video darebbe fastidio perché violerebbe l’intimità; ma non causerebbe rovina, licenziamento, suicidio. Qui il danno grosso non è la violazione della privatezza, ma la perdita di rispettabilità. Un video in cui una donna fa sesso la danneggia come e più di un video in cui ruba, e molto più di un video in cui scarica immondizia in un corso d’acqua. La nostra civiltà, a parole, si finge emancipata e libertaria. Ma nei fatti, se viene reso pubblico che facevi sesso ti punisce molto di più che se inquini l’ambiente di tutti. Naturalmente i fatti rivelano la verità; e la nostra civiltà, in fatto di morale sessuale, con le parole mente.

Andiamo un po’ più a fondo, perché i complici del licenziamento della maestra di Torino non finiscono qui. Ne sono responsabili anche:

6. Tutti coloro che quando vedono in una pubblicità una donna in atteggiamento sessualmente provocante sostengono che l’immagine della donna in quella pubblicità viene svilita.

Di questo si è parlato recentemente anche su Micromega,[2] ma ripetiamolo brevemente.

Se rappresentare una donna in atteggiamento sessualmente provocante in una pubblicità è svilire e rappresentare male la donna, allora provocare sessualmente è un’azione che svilisce, e anche una maestra che fa cose di sesso è una maestra che si svilisce e si comporta/rappresenta male: quindi ha ragione la preside a considerarla incompatibile con l’insegnamento ai bambini. Per questo da anni continuo a ripetere che quella forma sessuofoba di "femminismo" che condanna ogni rappresentazione sessuale della donna è nemica delle donne. Un femminismo amico delle donne direbbe la verità, e cioè che una donna ha piena dignità anche in atteggiamenti sessuali; anche nel desiderare, invitare, accogliere l’uomo. Un femminismo che vede degradazione della donna ogni volta che la donna è associata al sesso (non come oggetto, ma come soggetto, quindi tipicamente quando invita al sesso) è un femminismo che dice brutte bugie, per la troppa voglia di vedere cattiveria negli uomini, e per la troppa voglia di credere che l’uomo, in quanto desiderante sesso con la donna, sia il nemico naturale della donna. Ma questo astio contro gli uomini conduce appunto a considerare il sesso come qualcosa che umilia e svilisce la donna, e quindi – oltre a perpetuare antiche repressioni – è anche un atteggiamento che sta in prima linea nel fornire il contesto culturale per il revenge porn. Le femministe italiane più intelligenti lo sanno bene. Speriamo che tutte le altre arrivino a capirlo.

Poi sono colpevoli dei danni del revenge porn, cioè gli permettono di essere quello che è anziché una quasi innocua diffusione di foto e video privati, anche:

7. Tutti coloro che sostengono che nel prostituirsi c’è ipso facto una umiliazione e una degradazione, anche se non c’è sfruttamento ma si tratta di una scelta libera.

Se la libera scelta di prostituirsi svilisce e degrada, mentre la libera scelta di lavorare nei campi, in catena di montaggio o dietro uno sportello non umilia e non degrada, la causa può essere solo che fare sesso svilisce e degrada. Per chi pensa che sia impossibile prostituirsi senza essere sviliti e degradati, lo svilimento non sta nel mettere a disposizione in cambio di denaro il proprio tempo, le proprie capacità, le proprie energie, ma sta nel mettere a disposizione il proprio sesso. Naturalmente è una bugia, e fare sesso non degrada una persona, quindi prostituirsi liberamente non svilisce. Ma il nucleo centrale della morale sessuofoba è purtroppo molto vivo, e fa molti danni, nella testa delle abolizioniste e degli abolizionisti della prostituzione, che quindi vedono in ogni caso degradazione nella vendita di sesso, e non nella vendita di tutte le altre cose.[3]

La lista dei complici si potrebbe allungare molto; noi fermiamoci ancora su una specifica categoria:

8. Quelli che si scandalizzano e considerano degradante che il sex appeal venga fatto valere da molte donne per procurarsi una migliore carriera e avere successo nella società.

Non parliamo dei casi in cui sono richieste competenze che mancano, e al loro posto si offrono servizi sessuali. Parliamo dei casi in cui il fascino fisico collabora a far percepire una persona come desiderabile o efficace nel ruolo che deve ricoprire; il che in molti ruoli è del tutto reale. Perché mai farsi apprezzare per la propria intelligenza o per la propria competenza non è degradante, e non lo è nemmeno farsi apprezzare per la propria disponibilità a sgobbare, mentre sarebbe degradante farsi apprezzare per la propria bellezza, cioè desiderabilità sessuale? L’intelligenza, la competenza, la diligenza e perfino il servilismo sono cose buone, e il sex appeal no? Di essere apprezzati per la propria bellezza, o di apprezzare la bellezza di qualcuno, bisogna vergognarsi? Be’, bisogna vergognarsene solo se ciò a cui serve il sex appeal, cioè essere desiderati e godere maggiormente del sesso, è male. Solo se il sesso è una cosa da cui una brava maestrina deve restare lontana.


Ma tutte queste sono quisquilie, al paragone della più nefasta specie di complici del revenge porn, e di ogni altra sofferenza che le persone subiscono a causa della colpevolizzazione del sesso:

9. Tutti i genitori che esplicitamente, o peggio ancora implicitamente, trasmettono ai loro figli e alle loro figlie l’idea che nel sesso ci sia qualcosa di male.[4]

Insomma, quando si parla di revenge porn non si è onesti se si punta il dito sui colpevoli diretti e si finge di non sapere chi sono tutti quelli che gli reggono il sacco, permettendo a questa pratica di essere l’orrore che è. Ognuno di noi che puntiamo il dito dovrebbe domandarsi se davvero non è complice dell’orrore. Cioè, se davvero è completamente libero, e completamente si astiene, da qualsiasi forma di screditamento del sesso. Di cui fa parte, in ultima analisi, anche ogni convinzione che il sesso debba avvenire solo all’interno di un legame impegnativo con una singola persona; cioè che il sesso sia una cosa non degradante solo se è riscattato dalla rinuncia al sesso con tutte le altre persone, e dall’amore.




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12 novembre 2020

Sconfitta Trump

La giustizia sociale quale prezzo da pagare per la sconfitta di Trump?



ddi Elisabetta Grande

Salvo colpi di scena dell’ultimo minuto da parte di un incumbent che non pare voler accettare il risultato, Joe Biden e la sua vice Kamala Harris, la prima donna – anche nera – a ricoprire una tale carica nella storia degli Stati Uniti d’America, hanno vinto una sfida elettorale davvero all’ultimo voto. Se Joe Biden è diventato presidente con il più alto numero di voti popolari nella storia statunitense, anche Trump ha però ottenuto un notevolissimo consenso, guadagnando molti più voti di quelli che gli avevano permesso di vincere nel 2016. Per quanto Biden e Harris abbiano surclassato per oltre quattro milioni di voti popolari i loro avversari, il margine di scarto in moltissimi Stati chiave è stato di strettissima misura e questo è un campanello d’allarme che non credo si possa trascurare. 

Ciò non soltanto per le conseguenze in termini di richiesta di nuovo conteggio dei voti cui in molti Stati ciò darà luogo – in quanto al di sotto di una certa soglia di scarto è previsto il riconteggio, automatico oppure a richiesta dei candidati – e quindi per il protrarsi della provvisorietà del risultato elettorale per circa un mese. Il dato è interessante soprattutto perché ci dice quanto, nonostante la drammatica recessione in corso e la pessima gestione della pandemia, Donald Trump sia andato vicinissimo alla vittoria. In una situazione analoga Herbert Clark Hoover perse nel 1932 con uno scarto enorme, in termini tanto di voto popolare (quasi il 18% in meno) che di seggi nel collegio elettorale (quasi l’80 % in meno), rispetto allo sfidante Franklin Delano Roosevelt. Come Donald Trump, Hoover ricoprì solo un mandato perché la crisi economica aveva spostato la massa del consenso popolare verso il partito opposto a quello al governo, nella speranza che il nuovo potesse far meglio del vecchio. Per quanto anche oggi Trump abbia perso, non si è assistito ad uno spostamento altrettanto massiccio di voti verso il partito democratico e forse è il caso di domandarsi il perché.

Ovviamente l’establishment del partito dà la colpa alla sinistra, accusandola di non averne appoggiato a dovere le scelte, ma a chi scrive la spiegazione sembra risiedere nella ragione opposta: ossia nella incapacità del partito democratico di coinvolgere e rappresentare la propria storica base sociale.  Appoggiato dai big donors, in particolare dai giganti della big tech – da Google a Facebook, da Apple a Twitter, ormai divenuti ostili a Donald Trump, il cui l’Attorney General William Barr ha perfino osato intentare una causa contro Google per abuso di posizione dominante – che ne hanno lautamente finanziato la campagna (solo il cofondatore di Facebook, Dustin Moskovitz, ha donato più di 20 milioni a Future Forward, uno dei super Pacs democratici),

Joe Biden non ha in nessun modo tenuto in considerazione le esigenze di chi oggi ha più che mai bisogno di aiuto economico. Mentre Nancy Pelosi – indifferente alle necessità dei tantissimi deboli che finiscono ogni giorno sul lastrico, che non hanno più da mangiare (un newyorkese su quattro) o che subiscono sfratti che li catapultano su strade ormai affollate da senza tetto – per pura strategia politica non si accordava con Trump al fine di offrire agli americani impoveriti dalla crisi un po’ di sollievo con un nuovo stimulus bill, Joe Biden faceva alleanze con i repubblicani (dal clan dei Bush a quello dei McCain) per attirare i voti della base politica dell’avversario. 

“Per ogni voto democratico che perderemo ne guadagneremo due repubblicani” diceva Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, ai tempi della campagna di Hillary Clinton. Allora i Dem persero, oggi invece nel riprovarci hanno vinto, al prezzo tuttavia di dichiarare apertamente e definitivamente morto ogni anelito di cambiamento a favore di una maggiore giustizia sociale.

“No justice, no peace” hanno gridato 26 milioni di persone per le strade in questi mesi, nella speranza di ottenere un’inversione di rotta rispetto a un sistema che da quarant’anni a questa parte, indipendentemente dal partito al governo, permette all’un per cento di depredare la stragrande maggioranza della popolazione, soprattutto se nera, provocandone il progressivo impoverimento.

Difficile credere che una simile richiesta sarà fatta propria da chi, come Joe Biden, si presenta quale presidente bipartisan. I poteri forti continueranno a determinare le sorti di un paese, le cui elezioni – da Obama in poi (che per primo nel 2008 aveva rifiutato il finanziamento pubblico per sfondare in campagna elettorale il tetto di spesa che altrimenti gli sarebbe stato imposto) e soprattutto da Citizen United in poi (la nota pronuncia della corte Suprema del 2010 che ha aperto le porte ai finanziamenti illimitati delle campagne elettorali da parte delle corporation) – sono ostaggio del danaro.

La gioia per la sconfitta di chi, puntando su una pericolosissima strategia di conflitto e divisione fra le persone, per quattro anni con genio diabolico ha – come nessuno mai – messo in evidenza le contraddizioni del sistema statunitense fino quasi a farlo esplodere, non può far apparire come oro ciò che non lo è. Il prezzo pagato potrebbe, infatti, essere talmente alto da trasformare velocemente il gusto dolce della vittoria in quello amaro del dispiacere di dover constatare la mutazione definitiva di un partito che sembra aver dimenticato per sempre che cosa significa prendere posizione a favore di chi non ha.  

(9 novembre 2020
)




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29 ottobre 2020

MICROMEGA

MicroMega 6/2020: “Prostituzione: sesso, denaro, potere / Stati Uniti: democrazia a rischio” - Presentazione e sommario


Il nuovo numero della rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais, in edicola dal 17 settembre, presenta ai lettori due focus: uno dedicato alla prostituzione, l’altro incentrato sugli Stati Uniti tra Covid-19, elezioni e proteste.

La sezione dedicata alla prostituzione si apre con il caleidoscopio offerto dalle testimonianze che Elettra Santori ha raccolto tra chi la prostituzione la vive (o l’ha vissuta) in prima persona. Caleidoscopio che ritorna anche nel saggio di Giulia Selmi, che propone un quadro delle varie forme di prostituzione. Oria Gargano ci racconta invece la tratta delle schiave, che dall’Africa porta sulle strade delle nostre città le primogenite di tante famiglie, “sacrificate” per sconfiggere la miseria. Carlotta Rigotti mette a confronto alcuni modelli legislativi europei: dal proibizionismo croato alla legalizzazione tedesca, passando per il modello svedese. Giorgia Serughetti ci offre una fotografia dei clienti, mettendo in luce come essi non costituiscano un gruppo omogeneo, né per estrazione sociale né per età né per tipologia di prestazioni richieste.

Anche Riccardo Iacona punta i riflettori sui clienti, evidenziando come nello scambio con la prostituta il vero oggetto non sia il sesso in quanto tale bensì il potere. Simona Argentieri analizza i clienti da un punto di vista psicoanalitico, indicandone un denominatore comune: l’autoreferenzialità e il non riconoscimento dell’alterità. Edoardo Lombardi Vallauri esamina lo stigma di cui è avvolta la parola “prostituta”, concludendo che il vero scandalo – per la morale cattolica di cui siamo intrisi – risiede nel fatto che si tratta di sesso fuori da legami impegnativi. Sui nodi soggiacenti alla questione e su quali politiche pubbliche in materia sarebbe più opportuno adottare si confrontano quattro femministe, per coprire per il possibile l’intero spettro delle posizioni che dividono il movimento: Daniela Danna, Giulia Garofalo Geymonat, Monica Lanfranco e Barbara Bonomi Romagnoli. Infine Marilù Oliva e Mario Sesti ci conducono rispettivamente tra le pagine e le immagini che letteratura e cinema hanno dedicato a chi del sesso ha fatto un mestiere.

La sezione dedicata agli Stati Uniti, altrettanto ricca, vede invece i saggi di Elisabetta Grande, che illustra come le storiche diseguaglianze degli Stati Uniti si siano acuite durante la pandemia; Fabrizio Tonello, che ci spiega passo passo la grande truffa del sistema elettorale americano; Alessandra Lorini, che ci racconta le radici delle proteste del movimento Black Lives Matter e perché queste abbiano nel mirino monumenti e altri simboli confederati; Martino Mazzonis, che ci spiega da dove origina l'attivismo politico e sociale americano cui assistiamo; Gregg Gonsalves e Amy Kapczynski, che lanciano la proposta di ricostruire l’economia Usa da zero, attraverso un massiccio programma di posti di lavoro che garantisca la salute pubblica di tutti e che metta al centro il prendersi cura gli uni degli altri; Phillip Atiba Goff, Sam Sinyangwe, J. Scott Thomson, Alicia Garza, Vanita Gupta ed Emily Bazelon, che si confrontano su come andrebbe riformata la polizia in America in un’ottica più ampia che mira a combattere il razzismo sistemico e le disuguaglianze; Guido Caldiron, che, infine, ci offre una cronologia su Donald Trump, presidente da “guerra civile”.

VIDEO PRESENTAZIONI

IL SOMMARIO

ICEBERG 1 - prostituzione: sesso, denaro, potere
Elettra Santori - La prostituzione dal vero. Sei interviste sul campo
“Credo che un rapporto sessuale debba avvenire con spontaneità, quando c’è vera attrazione tra due persone, non riesco a concepire che questo possa essere considerato un lavoro”. “È un lavoro divertente, in cui sono io a dettare le regole”. “Il lavoro sessuale è un lavoro, ma non un lavoro come un altro”. “Non c’è dignità, non c’è pace nella prostituzione, nemmeno quando è volontaria”. “Si può fare sex work in modo creativo, gioioso, piacevole”. “Legalizzare la prostituzione significa legalizzare la schiavitù”. “L’escort non ci pensa affatto a combattere il neoliberismo e il materialismo dei consumi, vi nuota dentro come i pesci negli abissi”. Sono le voci, plurali, di chi la prostituzione la vive (o l’ha vissuta) in prima persona.

Giulia Selmi - Prostituzioni: sostantivo femminile plurale
C’è chi ha scelto di prostituirsi, e chi non ha altra scelta se non prostituirsi. C’è chi è costretta a vendere il proprio corpo per strada cedendo gran parte del proprio guadagno alle organizzazioni criminali, e chi riceve i clienti in casa propria, selezionandoli e riuscendo a mettere insieme un reddito. C’è chi vende prestazioni sessuali virtuali, e chi è costretta ad assecondare i desideri dei clienti finita la lap dance. Il mondo della prostituzione è un caleidoscopio dalle mille sfumature. Coglierle è il primo passo per capire come affrontare il fenomeno.

Oria Gargano - La tratta delle schiave   
La storia è sempre, tristemente, la stessa. Punto di partenza è la miseria e la mancanza di prospettive nel paese di origine. Di qui la decisione di ‘sacrificare’ la primogenita, spedendola in Europa per mantenere la famiglia. E quindi il deserto, e infine i lager libici, dove le ragazze sono torturate e violentate per mesi in attesa che una maman le chiami in Europa. Dove arrivano sperando di iniziare a lavorare come parrucchiere, mentre si ritrovano sui marciapiedi per ripagare i debiti contratti durante il viaggio. Diventando oggetto del desiderio di milioni di normalissimi uomini che, più o meno consapevolmente, si fanno complici di questa disumana vergogna.

Carlotta Rigotti - Prostituzione e diritto: alcune riflessioni sui modelli legislativi europei
Nel 1958 in Italia entra in vigore – dopo un lungo dibattito in parlamento e nella società – la legge Merlin che chiude i bordelli e rende di fatto la prostituzione illecita, sebbene non punisca chi si prostituisce né i clienti, ma coloro che dalla prostituzione traggono profitto. Una pietra miliare nella storia italiana, che oggi mostra però i suoi limiti. Come anche gli altri modelli normativi presenti sul territorio dell’Unione europea: dal proibizionismo croato alla legalizzazione tedesca, passando per il modello svedese che ha tentato di ribaltare la prospettiva, puntando i riflettori sui clienti.

Giorgia Serughetti - Consumatori o carnefici? La realtà è più complessa
Tutte le ricerche empiriche dimostrano che i clienti delle prostitute non sono un gruppo omogeneo, né per estrazione sociale né per età né per tipologia di prestazioni richieste. Rappresentazioni troppo riduttive della domanda di prostituzione non consentono di mettere in luce il tema complesso della responsabilità. Chi parla del cliente come normale consumatore tenderà a sollevarlo da ogni responsabilità per le condizioni di diseguaglianza in cui ha origine lo scambio di servizi sessuali per denaro. Chi invece sposa la visione del cliente-carnefice gli addosserà quasi interamente la responsabilità dell’esistenza della prostituzione, ignorando il ruolo svolto, oltre che dalle leggi del mercato, dalle politiche pubbliche in diverse materie.

Riccardo Iacona - Donne fatte a pezzi
Nei bordelli legalizzati tedeschi ci sono le offerte ‘3 per 2’ o quelle ‘all you can fuck’: paghi una certa cifra e puoi fare tutto quello che vuoi finché il pene – che hai magari dopato con il Viagra – ti regge. A frequentarli sono uomini di tutti i tipi, di tutte le età, di ogni categoria sociale, con vite sociali e affettive spesso normalissime. Ma com’è possibile che un uomo senza nessuna particolare patologia possa vivere l’incontro sessuale come fosse una scorpacciata? La risposta la si trova leggendo i commenti dei clienti sui siti specializzati: è una partita di potere, nella quale la donna viene fatta a pezzi, ridotta alle singole prestazioni. E annullata in quanto persona.

Simona Argentieri - Love for sale. I clienti delle prostitute sul lettino di una psicoanalista
Il fenomeno della prostituzione è molto variegato e anche fra i clienti le tipologie umane che si incontrano sono le più diverse. Nonostante questa grande varietà è tuttavia possibile da un punto di vista psicoanalitico rinvenire un denominatore comune: l’autoreferenzialità e il non riconoscimento dell’alterità. Non riuscire a integrare dentro e fuori di sé i due livelli della relazione, quello primario dell’unione tenera senza conflitto e quello delle pulsioni irruente e disturbanti della seduzione e dell’eccitazione. Nell’andare con una prostituta non occorre infatti preoccuparsi della qualità della performance, dei preliminari o dei tempi del congedo, poiché non si deve tener conto dell’altra persona.

Edoardo Lombardi Vallauri - Lo stigma della prostituta e l’ipocrisia della cultura cattolica dominante
La parola ‘prostituta’ – e ancor di più altri sinonimi usati per indicare la donna che vende servizi sessuali – è avvolta da un tale stigma da impedire a chiunque di usarla in maniera neutra. Tanto che si deve far ricorso a neologismi – escort, sex worker, lavoro sessuale – per poter affrontare l’argomento senza tema di risultare offensivi. Ma da dove deriva questo stigma? Dal fatto che le prostitute vendono il proprio corpo come fosse una merce, si dice. Ma l’avvocato non fa forse qualcosa di simile quando vende le proprie competenze ai clienti, non di rado colpevoli? No, il vero scandalo della prostituzione sta nel fatto che si tratta di sesso fuori da legami impegnativi. È questo che la nostra cultura cattolica non tollera.

Marilù Oliva - Postriboli, bordelli e altre pagine dove si acquista il piacere
Dall’antichità all’epoca contemporanea, il mondo della letteratura pullula di storie che hanno per protagoniste prostitute e meretrici. Da Cicerone a Catullo, da Alberto Moravia a Dacia Maraini, passando per Guy de Maupassant, Fëdor Dostoevskij, Gabriel García Márquez e molti altri: viaggio tra le pagine che grandi scrittori e scrittrici hanno dedicato a chi del sesso ha fatto un mestiere.

Mario Sesti - Prostitute sul piccolo e grande schermo
Dalla Catherine Deneuve di Luis Buñuel alla Julia Roberts che fa innamorare Richard Gere, passando per la Audrey Hepburn di Colazione da Tiffany: tre esempi che già da soli mostrano come il cinema abbia contribuito in maniera decisiva a plasmare il nostro immaginario in materia di prostituzione. Ma vendere sesso per denaro è una pratica molto più pericolosa e tragica di quanto la settima arte sia mai riuscita a mostrare. A passeggio con uno dei più importanti critici del nostro paese tra le ‘belle di giorno’ dello schermo.

TAVOLA ROTONDA 1
Daniela Danna / Giulia Garofalo Geymonat / Monica Lanfranco Barbara Bonomi Romagnoli - Prostituzione e femminismo: un dibattito aperto
Libera scelta o stupro a pagamento, sistema di violenza o lavoro (quasi) come un altro: quattro femministe si confrontano – da posizioni piuttosto distanti – su una delle questioni più discusse all’interno del movimento, interrogandosi su quali politiche pubbliche in materia sarebbe più opportuno adottare.

ICEBERG 2 - Stati Uniti: democrazia a rischio
Elisabetta Grande - Pandemia diseguale: la lezione americana
Prima del coronavirus l’economia Usa era descritta come forte, anzi fortissima. Poco importava che quella ricchezza non fosse per nulla equamente distribuita, al punto che l’1 per cento della popolazione deteneva il doppio di ciò che possedeva il 90. Come se non bastasse, oggi qualcuno tenta di farci credere che la Covid-19 possa funzionare quale strumento di riduzione di queste disuguaglianze, che agisca come una sorta di ‘livella’, colpendo tanto i ricchi quanto i poveri. Mai narrazione è stata però più errata. E strumentale.

Fabrizio Tonello - La grande truffa del sistema elettorale americano
E se Trump fosse confermato alla Casa Bianca senza che il popolo americano abbia possibilità di esprimersi? Sembra fantapolitica ma sarebbe tecnicamente possibile. Come del resto è stato possibile che due degli ultimi tre presidenti degli Stati Uniti siano stati eletti, nel loro primo mandato, da una minoranza dei votanti. Il tutto si deve a un sistema elettorale tutt’altro che rigoroso e men che meno democratico. A riecheggiare è la domanda che nel 2002 si pose lo storico del diritto Paul Finkelman: “Com’è successo che gli Stati Uniti abbiano escogitato un modo così folle di eleggere un presidente?”.




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18 settembre 2020

MONICA LANFRANCO

Giovani senza empatia: un pericolo per la convivenza

monicalanfrancoTra le tante analisi e commenti sulle terribili violenze dei giorni scorsi, dallo stupro di gruppo di due minorenni inglesi a in provincia di Matera all’uccisione di Willy a Colleferro con calci e pugni da un gruppo di delinquenti già noti per bullismo e violenze fino all’assassinio, da parte del fratello, di una giovane donna per la sua relazione con una persona trans mi hanno colpito le parole del sociologo De Rita, fondatore del Censis e voce autorevole dell’analisi sociale: ”L’Italia è capace di esaltare la marginalità ma non di gestirla nella sua quotidianità. Ai nostri figli insegniamo a essere i primi. E c’è chi lo fa con i pugni”.

Già: evidentemente in molte famiglie ritenute ‘normali’ si insegna a primeggiare, non a rispettare, condividere, amare, perché prioritari è l’affermazione individuale.

Prima gli italiani, prima la mia famiglia (e nemmeno sempre tutta la famiglia, dipende), prima io.

La felicità, che è tale qui sulla terra solo se in rapporto con la bellezza e l’armonia della convivenza tra umanità e natura) sembra essere un concetto uscito dall’orizzonte educativo e relazionale, se mai lo abbiamo davvero preso in considerazione.

De Rita ha riassunto in poche righe quello che negli ultimi quindici anni verifico negli incontri a scuola con gruppi di giovani rispetto al sentire sulle relazioni con l’altro sesso, (e sulla sessualità in generale): un affresco sulla giovane maschilità che ho raccolto nell’inchiesta Crescere Uomini.

Una maschilità spesso tossica e senza consapevolezza di esserlo, perché di rado i ragazzi hanno avuto un confronto diretto con i loro adulti di riferimento, dal momento che sono i canali porno on line la fonte prioritaria attraverso la quale ‘imparare’ la sessualità, nel silenzio assordante della relazione educativa, sia in famiglia che a scuola.

Idolatrare il modello del ‘maschio alfa’, (identificato per lo più con Siffredi e Christian della saga delle sfumature), pensare alla propria sessualità come ‘ trovare una tipa da sfondare tanto che i genitori non la riconoscano’, la convinzione che la massa muscolare, mediamente maggiore nel corpo maschile, giustifichi atti violenti, minore sensibilità rispetto alle femmine come ‘naturale’ espressione della virilità, confusione e ignoranza su consenso e limiti. Non tutti i 1500 ragazzi che hanno risposte alle domande sulla sessualità pensa questo, ma data la difficoltà di ragionare a scuola di sessualità, corpo e violenza la maggioranza assume questa come griglia di partenza.

Nelle immagini degli attimi che precedono lo stupro di gruppo a Pisticci mi ha impressionato il gesto di noncuranza con il quale uno degli aggressori spinge la ragazza verso la casa. Lei barcolla per un attimo, forse cerca di divincolarsi: lui la sospinge come se lei fosse un animale, con la fredda tranquillità di chi ha il comando.

In quel gesto ho visto l’assoluta mancanza di empatia, il sentimento senza il quale non può esistere la relazione tra eguali, senza il quale vince la legge della giungla che domina i recenti, drammatici casi di cronaca di sangue e dolore ormai quotidiana.

Tra gli stupratori indagati di Pisticci due sono musicisti trap, un genere molto diffuso tra i giovanissimi: non c’è da meravigliarsi che nei loro testi le donne contemplate siano, ovviamente, definite ‘bitch’.

La mancanza di empatia (senza omettere altri elementi come l’ignoranza, l’arroganza e la superficialità) sono parimenti presenti in episodio minori quanto a violenza, ma che bene descrivono l’abbrutimento generale della politica e della comunicazione nel paese: parlo del titolo che definisce ‘inglesine’ le due vittime, l’intervento del consigliere comunale di Potenza secondo il quale l’omosessualità è ‘contro natura’, il post del candidato che insinua che la sua avversaria non abbia una vita sessuale passando per il ‘leggero’ commento del candidato sindaco di Corato sulla necessità di rossetto per le belle donne. Qui non si tratta di invocare il politicamente corretto, si tratta di prendere atto che, dalla stampa alle istituzioni, domina una incultura profonda e normalizzata del rispetto (minimo) nelle relazioni.

L’età media dei giovani coinvolti in stupri, aggressioni sessuali e atti di violenza è pericolosamente bassa e sempre più spesso in concorrenza con l’uso della tecnologia in totale assenza di sorveglianza da parte del mondo adulto, come ci ricorda l’inquietante episodio della chat di minori nella quale circolavano immagine pedopornografiche.

Al solito la domanda è: dove sono i padri, le madri, dove il mondo della scuola, dove la collettività sociale e politica? Donne e uomini adulti appaiono sempre più smarriti e senza strumenti di fronte ad una profonda e rapida mutazione antropologica che rischia di consegnare al futuro generazioni di giovani privi di compassione, empatia, curiosità, emozioni profonde e costruttive. Non si tratta di bon ton: l’assenza di empatia è un pericolo gigantesco per la democrazia.

Monica Lanfranco




permalink | inviato da fiordistella il 18/9/2020 alle 16:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


29 agosto 2020

Referendum, tanto rumore (quasi) per nulla

IO VOTERO' NO



i Paolo Flores d’Arcais

Il 20 e 21 settembre si svolge il referendum che deciderà se confermare o bocciare la riforma costituzionale con cui il numero dei parlamentari viene ridotto da 915 a 600 (da 630 a 400 per la Camera, da 315 a 200 per il Senato).

Non si tratta di una grande riforma, è piuttosto una riformetta, tuttavia non fa danni, e gli alti lai di oltre duecento costituzionalisti suonano parecchio sopra le righe, per usare un eufemismo. Che riducendo il numero dei parlamentari venga leso il ruolo della istituzione Parlamento non sta né in cielo né in terra: è vero semmai il contrario. Per essere davvero autorevole un parlamento dovrebbe essere composto di pochi membri, riconoscibili e controllabili dai cittadini, non da qualche decina (forse meno) di rappresentanti che decidono, più una pletora di peones, che schiacciano il bottone a seconda del pollice del capogruppo. Oltretutto la prevalenza numerica dei peones è stata nelle recenti legislature messa a repentaglio dai transumanti, vergogna cui ci si è assuefatti, ma che rende ogni discorso numerico sulla dignità del parlamento una cornucopia di ipocrisia o cecità.

Ma peones e transumanti lavorano moltissimo nelle commissioni, si obietta. Soprattutto per infilare codicilli clientelari, localistici o trappole per manovre dilatorie, non certo per rafforzare l’autonomia del potere legislativo, sarebbe doveroso replicare. Chi lamenta che diminuendo il numero di onorevoli e senatori si impoverisce la rappresentanza dei territori, le specificità locali, dimentica che ogni eletto dovrebbe rappresentare la nazione, non il particulare che trova legittimazione elettorale quando si vota per regioni e comuni (è a livello locale che mafie e clientelismi vanificano il voto libero).

Insomma, cambierà pochissimo, ci saranno alcune decine di peones in meno, tutto qui (i transumanti continueranno nei loro “quattro cantoni”, visti i criteri al sempre peggio con cui li selezionano i partiti). Questo pochissimo, comunque, va nella direzione giusta. Per cui, tutto sommato, è ragionevole che chi andrà a votare voti sì. Si voterà in ripresa di coronavirus, però, e credo non ci sia nulla di censurabile nel comportamento di quanti, di fronte alla inciviltà delle turbe di menefreghisti della mascherina e del distanziamento (“me ne frego”, motto fascistissimo) e all’accidia di Viminale e altre autorità rispetto alle violazioni, decideranno di non andare a votare. Quorum ego. Perché tra il rischio contagio, e il voto su una riformetta che poco o nulla cambia venga confermata o bocciata, si può ben far prevalere il primo motivo.

In realtà il contenuto della riforma interessa pochissimo a quasi tutti coloro che si agitano pro o contro. I partiti, in primo luogo, che hanno votato diversamente al Senato (dove il quorum dei due terzi non è stato raggiunto) e alla Camera (dove si è sfiorata l’unanimità). Il M5S, il più coerente, lo ha fatto non per riformare davvero, ma per piantare una bandierina a buon mercato presso l’opinione pubblica, cianciando di risparmi, quando di fronte a qualche milione in meno di stipendi parlamentari, nulla fanno per amputare i cento miliardi di evasione annua.

Spiace dover ricordare i termini reali, modestissimi, della disputa, visto che MicroMega è nata anche con la volontà di serie modifiche costituzionali. Nel suo secondo numero, esattamente trentaquattro anni e tre mesi fa, chiedevamo, come insieme organico (fuori del quale le singole misure proposte potevano divenire anche deleterie): trasparenza e antilottizzazione (“possibilità per chiunque, singolarmente considerato, di accedere al controllo, di promuovere il giudizio in vista di sanzioni, di ottenere risarcimento se il dettato della legge che impone e realizza il vantaggio pubblico venga disatteso”). “Una sola Camera, formata di pochi deputati (un centinaio) … un collegio unico nazionale [che] scoraggerebbe il deputato dalla presentazione di leggine a sfondo localistico”. “Trasformare il contributo pubblico ai partiti, sostituendo la forma monetaria con l’erogazione gratuita di servizi … alle liste elettorali e ai singoli candidati, invece che ai partiti in quanto tali”.

Quanto all’esigenza della governabilità, per eleggere i propri rappresentanti ma anche la coalizione di governo, “una elezione in due turni. Nel primo si eleggono cinquanta deputati, in modo rigorosamente proporzionale. Nel secondo ogni coalizione presenta, oltre alla lista dei candidati, la lista del governo, e alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa qualificata (40%) vengono attribuiti i tre quarti dei rimanenti cinquanta seggi”. Un sistema di incompatibilità, “tra cariche elettive (o in Municipio o a Strasburgo, insomma), tra cariche elettive e funzioni ministeriali (tranne che per il premier), tra cariche elettive e cariche di nomina politica (nelle banche, nelle industrie di Stato, nelle Usl ecc.) … da estendere nel tempo, di modo che non si diano lottizzazione di ‘buonuscita’”. “Un intervallo di alcuni anni fra cariche locali e nazionali, di modo che non risulti più vantaggioso amministrare in vista di una clientela”. Un tetto di “tre mandati di cinque anni l’uno, di cui solo due senza interruzione … limite ragionevole, poiché consentono nel frattempo il prodursi di una nuova classe di governo”. E qualcos’altro, motivato e dettagliato. Oggi modificherei talune proposte, tanto è cambiata la situazione. Ma non gli intendimenti di fondo.

Una discussione seria su riforme costituzionali che colpissero il crescente malcostume partitocratico non si è purtroppo mai sviluppata. E non si svilupperà. Prevarranno miserabili cabotaggi, che useranno i risultati del voto solo per cercare di indebolire o rafforzare il governo. Il partito della democrazia presa sul serio è in questa fase più debole che mai.

(28 agosto 2020
)




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31 luglio 2020

Speriamo

Lo scorso 26 luglio la Corte d’Assise di Massa ha assolto Marco Cappato e Mina Welby: dall’accusa di istigazione al suicidio, “perché il fatto non sussiste”, e da quella di aiuto al suicidio “perché il fatto non costituisce reato”, per aver aiutato Davide Trentini, sofferente di sclerosi multipla, a trovare i soldi per poter morire in una clinica svizzera, secondo la sua volontà e accompagnandolo.

Una sentenza giusta, una sentenza esemplare, una sentenza che speriamo faccia epoca. E inauguri il tempo di civiltà in cui ciascuno sarà libero di decidere sul fine vita che gli appartiene. Prospettiva niente affatto certa, perché contro la sentenza si è già aperto il fuoco di sbarramento, frontale o di suadente melassa dei “distinguo”, di quanti vogliono continuare a imporre a te, amico lettore, la loro volontà sul tuo fine vita.

La sentenza allarga i casi di liceità dell’aiuto al suicidio, stabiliti dalla Corte Costituzionale, che portarono all’assoluzione di Cappato lo scorso anno per il caso Dj Fabo. La sentenza della Corte indicava infatti tra i presupposti per la liceità il sostegno vitale al paziente tramite macchine, sostegno di cui non aveva invece bisogno Davide Trentini. L’intollerabile sofferenza fisica o psicologica è stata ritenuta sufficiente, perché come “sostegno vitale” sono state considerate le terapie farmacologiche e le pratiche manuale necessarie alla sopravvivenza del malato.

È iniziata perciò la litania contro una sentenza che “legifera”, e dunque contro i magistrati (essendo una Corte d’Assise dovrebbe trattarsi di due magistrati togati e di sei cittadini estratti a sorte) che si sostituiscono ai parlamentari, e fanno la legge anziché applicarla (su Huffingtonpost l’autorevolissimo Giovanni Maria Flick).

In realtà la sentenza è giuridicamente ineccepibile. Il sostegno vitale mediante macchine veniva indicato nella motivazione della sentenza della Corte in quanto il quesito ad essa sottoposto riguardava il caso singolo di Dj Fabo, la cui sopravvivenza era affidata al respiratore artificiale. Ma Giuliano Amato, giudice costituzionale, in un dibattito col sottoscritto nella sede dell’Enciclopedia Treccani, a sentenza emessa ma motivazione per esteso non ancora nota, aveva insistito sul fatto che per analogia la liceità stabilita dalla Corte si sarebbe dovuta estendere ad altri casi.

La sentenza non fa che interpretare una norma di legge (l’attuale e vituperando articolo 580 c.p., introdotto dal fascismo) attraverso la lente – doverosa – delle norme di livello superiore, la Costituzione repubblicana (art. 32), e di convenzioni internazionali recepite nel nostro ordinamento (Convenzione di Oviedo del 4 aprile 1997, recepita nella legge n.145 del 28 marzo 2001). Aggiungiamo la legge 219 del 22 dicembre 2017 sulle “disposizioni anticipate di trattamento”, vulgo il testamento biologico. La sinergia delle norme di cui sopra, fatte lavorare col semplice uso della logica, mettono capo al diritto di ciascuno di decidere liberamente sul proprio fine vita. Ho provato a darne una dimostrazione esaustiva nelle 124 pagine del mio libretto “Questione di vita e di morte” (Einaudi 2019), per chi giustamente non si accontentasse di queste poche righe.

Ovvio che sarebbe auspicabile una legge, abrogativa di metà dell’articolo 580, e che definisse i criteri che garantiscano la libera volontà del soggetto qualora, irreversibilmente, consideri non più vita, ma tortura, la propria condizione fisica o psicologica. Non qualsiasi legge, perciò. Solo una legge che garantisca a ciascuno di noi di poter decidere liberamente sul proprio fine vita. Ogni altra legge sarebbe prevaricazione mostruosa. Valga il vero.

Preferiresti, amico lettore, che sul tuo fine vita decida tu o decida qualcun altro, a te ignoto, magari ostile ai tuoi valori, convinzioni, stile di vita? Ho rivolto questa domanda ai presenti in ogni dibattito cui ho partecipato sull’argomento. Nessuno che abbia detto: decida qualcun altro a me sconosciuto e forse ecc. … Esiste dunque l’unanimità sul fatto che non deve essere qualcun altro a decidere sul nostro fine vita. E poiché siamo tutti pari in dignità, la regola aurea statuisce di fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te: se non vuoi che qualcuno decida sul tuo fine vita al posto tuo, non puoi voler decidere tu sul fine vita di qualcun altro.

Una legge rispettosa di questi principi, che a parole tutti diciamo di voler praticare, deve perciò affermare solennemente che ciascuno decide liberamente sul proprio fine vita, e limitarsi a fissare le circostanze che registrino oltre ogni dubbio il carattere libero e irreversibile di una decisione eutanasica per sofferenza insopportabile.

Purtroppo vi sono persone che non tollererebbero che sul loro fine vita decida qualcun altro, ma poi pretendono di decidere loro sul tuo e sul mio fine vita, amico lettore. Papi, cardinali, monsignori, imam, rabbini, e anche medici o giuristi o cittadini come te e come me, tuttavia in modalità prevaricazione/onnipotenza, ne siano consapevoli o meno, visto che pretendono di imporre a chi è a loro eguale, la loro volontà sulla nostra vita (di cui il fine vita è parte integrante e cruciale). Usque tandem?

(30 luglio 2020)




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